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blog di Valter Carraro Gasparin
POLITICA
30 aprile 2011
Dai missili al Terzo polo: così dove andiamo?

ll dottore dice che il malato è grave, e che la cura non e una pastiglia di moderazione.

Senatore Marino, come sta l’Italia?

Il Paese, di fatto, è in guerra. Ma non sappiamo ancora con quali modalità, perché il presidente del Consiglio non è venuto in Aula a spiegarcelo. Nel frattempo, la Lega minaccia e strepita annunciando una posizione contraria a quella del governo cui appartiene. Voglio solo ricordare che alla Camera i deputati leghisti sono 59: potrebbero fare la differenza.
E la faranno?
Non sfugge a nessuno il fatto che siamo davanti all’appuntamento con le amministrative e se alle roboanti dichiarazioni di Calderoli e colleghi dovesse poi seguire un placido silenzio, saremmo di fronte all’ennesimo episodio tattico di un partito che ha lasciato i temi cari al territorio per seguire i giochi di Roma.
Insomma niente crisi di governo?
Purtroppo temo di no.
Ma se l’altro giorno l'opposizione fosse rimasta in aula a votare contro il decreto sullo sviluppo anziché marinare la seduta?
ll Pd deve dimostrarsi rigoroso nella sua azione di contrasto, e certo quelle assenze non offrono l’immaginedi compattezza oggi necessaria per far capire agli elettori la nostra voglia di cambiamento.
Sulle mozioni per la Libia il Pd sta lavorando bene?
Dobbiamo assolutamente fare in modo che il Parlamento si esprima su un tema così  importante.  La mia posizione personale è contro l’attacco militare.  Perché ho lavorato per anni al Veterans Hospital di Pittsburgh dove la guerra  sono soldati senza un braccio, un occhio, e la vita rovinata dallo choc post traumatico. Nel nostro caso, andremmo a colpire inevitabilmente anche la popolazione civile, con conseguenze terrificanti.
Come procedere allora?
Diplomazia, aiuti umanitari, accordi di cooperazione. Non s’è mai visto un dittatore rimosso dall'aviazione.
La sua posizione però è minoritaria, nel partito.
Nei prossimi giorni sarò in giro per l 'Italia a sostenere le candidature di alcuni canditati. Gorizia, Torino, Milano. Ecco, Milano per esempio ha la fantastica opportunità di mettere alla guida una persona con cui condivido valori e progetti importanti.
Anche se non è un Pd.
Pisapia parla dei temi che mi interessano. l ritardi e gli sprechi sull’Expo, il mare di cemento che ha sostituito il millantato ‘orto globale', lo smog che tormenta i bambini, un sindaco uscente condannato dalla Corte dei Conti per una gestione scorretta delle risorse pubbliche. Queste cose interessano agli elettori, non le logiche di cordata. Le comunali devono diventare il test per le alleanze di domani.
Quindi lei invita il Pd a guardare verso sinistra?
Il Pd può essere il perno di un sistema che rimette al centro contenuti comuni: lavoro, sanità, scuola, diritti. Etica, perfino.
Conosce già l’obiezione: col polo di centro arrivano più voti, e la vittoria. Con Sel e Idv forse no.
Ma se l'Udc vuole il nucleare e il legittimo impedimento e il Pd è contrario, a che serve vincere? Se invece scegliessimo i nostri alleati naturali avremmo l’appoggio di un partito che oggi è davvero il più importante: quello di chi non vota più perché non ha un programma serio cui aderire. Facciamolo noi.



Chiara Paolin
POLITICA
25 aprile 2011
25 APRILE. NEI 150 ANNI D'ITALIA IL 66° ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE DAL REGIME FASCISTA

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, custode della Costituzione e attento politico al di sopra delle parti, per questo riconosciuto e stimato da ogni schieramento, in occasione del 66mo anniversario della Liberazione dell'Italia dal regime fascista, ha celebrato questa giornata con un solenne omaggio al Milite Ignoto all'Altare della Patria.

Il discorso del Capo dello Stato è stato salutato dagli applausi dei cittadini presenti numerosi nonostante la pioggia in modo più marcato durante il passaggio: "Si proceda alle riforme considerate mature e necessarie, come in questi anni ho sempre auspicato. Lo si faccia con la serietà che è doverosa e senza mettere in forse punti di riferimento essenziali, in cui tutti possono riconoscersi. Senza mettere in forse quei principi, e quale sintesi, così comprensiva e limpida, dei diritti di libertà, dei diritti e dei doveri civili, sociali e politici, che la Costituzione ha nella sua prima parte sancito". 

Il discorso del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano

Il 25 aprile festa della Liberazione si colloca quest'anno nella scia delle celebrazioni del centocinquantenario dell'Unità d'Italia che hanno nel marzo scorso toccato il culmine in tutto il paese.

Nel richiamare entrambi gli anniversari i punti di contatto appaiono evidenti. Nonostante la distanza e la diversità dei periodi e degli eventi storici, ritroviamo le forze migliori della nazione impegnate a perseguire gli stessi grandi obbiettivi ideali: libertà, indipendenza, unità. Perché quei valori già affermatisi attraverso il moto risorgimentale e sanciti con la nascita dello Stato nazionale italiano, dovettero essere a caro prezzo recuperati fra l'8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945. Fu necessario riconquistare con le nostre forze - cooperando con gli eserciti alleati, senza attenderne passivamente i decisivi successi - le libertà negate dal fascismo, l'indipendenza violata dall'occupazione e dal dominio nazista, l'unità di un'Italia divisa in due.

E ci si riuscì grazie ai militari delle Forze Armate, primi ad iniziare la lotta di Liberazione - come ha sottolineato il ministro La Russa - già all'indomani del fatale 8 settembre del '43; ci si riuscì grazie al confluire di tante forti e giovani energie nelle formazioni partigiane e nel Corpo Italiano di Liberazione; ci si riuscì grazie a quella partecipazione, in molteplici forme - che il ministro Maroni ha richiamato e valorizzato - della popolazione, e grazie, dovunque e comunque, al coraggio di uomini liberi, quale mostrò di essere, sacrificando la propria vita per non cedere al ricatto e alla violenza dei suoi aguzzini il signor Mario Pucci di Firenze, che qui oggi onoriamo.

La nostra storia comune deve nutrirsi di questi esempi di coerenza e fierezza morale, di rinato, limpido amor di patria; e deve fondarsi anche sulle vicende vissute in tanti luoghi, in tanti piccoli Comuni che continuano a ricevere dalla Repubblica sia pur tardivi riconoscimenti per aver dato apporti preziosi alla causa della Liberazione.

Il ministro della Difesa ha ricordato come io abbia avuto occasione di definire il 25 aprile festa non solo della Liberazione ma della Riunificazione d'Italia. E non c'è dubbio che in effetti riunificazione vi fu, dal punto di vista nazionale e statuale, su basi democratiche, anche se è stato necessario un tempo ben più lungo, fino ad anni recenti, per rimarginare le ferite riconducibili ad una dimensione di guerra civile che si intrecciò con quella, fondamentale, di guerra di Liberazione. Ma anche lo sforzo compiuto in questo senso ha dato i suoi frutti: rendendo possibile la più larga condivisione della giornata celebrativa del 25 aprile.

Nel parlare - il 17 marzo scorso a Montecitorio - delle ardue prove superate nel corso della nostra storia di 150 anni, mi sono ovviamente riferito anche e in particolare all'esperienza rigeneratrice della Resistenza come risposta a colpi durissimi e a rischi estremi vissuti dalla nazione. Dalla memoria e dalla viva consapevolezza di prove come quella possiamo trarre - voglio ripeterlo - la fiducia indispensabile per affrontare le sfide di oggi e del futuro.

La complessità di queste sfide e delle incognite che vi si accompagnano, la difficoltà dei problemi che già ci si pongono e ci incalzano, richiedono un nuovo senso di responsabilità nazionale, una rinnovata capacità di coesione, nel libero confronto delle posizioni e delle idee, e insieme nella ricerca di ogni possibile terreno di convergenza. E' questa consapevolezza, è questa sollecitazione che abbiamo sentito esprimersi nelle celebrazioni del centocinquantenario lo scorso marzo.

Certo, sono poi seguite settimane di aspra tensione nella vita istituzionale e nei rapporti politici, anche per l'avvicinarsi di normali scadenze elettorali. Ebbene, è nell'interesse comune che le esigenze della competizione in vista del voto non facciano prevalere una logica di acceso e cieco scontro; è nell'interesse comune che dal richiamo di oggi, 25 aprile, agli anni della Resistenza, della ricostruzione democratica e del rilancio economico, sociale e civile dell'Italia, dal richiamo a quelle grandi prove di impegno collettivo, venga lo stimolo a tener fermo quel che ci unisce e deve unirci come italiani.

E parlo del lascito della Resistenza, dell'eredità di quell'Assemblea Costituente che sull'onda della Liberazione nacque insieme con la Repubblica. Si proceda alle riforme considerate mature e necessarie, come in questi anni ho sempre auspicato; lo si faccia con la serietà che è doverosa e senza mettere in forse punti di riferimento essenziali in cui tutti possono riconoscersi. Senza mettere in forse quei principi, e quella sintesi - così comprensiva e limpida - dei diritti di libertà, dei diritti e dei doveri civili, sociali e politici, che la Costituzione ha nella sua Prima Parte sancito.

Rendiamo così omaggio a coloro che combatterono e caddero sognando un'Italia libera, prospera e solidale, non più fatalmente lacerata, capace di rinnovare e rafforzare le basi della sua unità.

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POLITICA
22 aprile 2011
GIORNATA MONDIALE DELLA TERRA: LA STORIA DI UN MOVIMENTO

Ogni anno, la Giornata della Terra - 22 aprile - segna l'anniversario di quello che molti considerano la nascita del moderno movimento ambientalista (1970).

In quegli anni, negli Stati Uniti la protesta era all'ordine del giorno, ma salvare il pianeta non era l’obiettivo principale. Allora infuriava la guerra in Vietnam, e furono gli studenti che numerosi cominciarono ad opporsi.

In quel periodo, gli americani erano i maggiori consumatori di benzina con alte percentuali di piombo per poter usare massicce berline V8. L’industria eruttava fumo e fanghi senza timore di conseguenze legali o di campagne stampa. L'inquinamento atmosferico era comunemente accettato come l'odore della prosperità. "Ambiente" era una parola che non appariva in nessun telegiornale. Ignara di questioni ambientali, l’America ebbe il suo primo cambiamento con una pubblicazione nel 1962 di Rachel Carson, giornalista del New York Times. Il suo bestseller Silent Spring rappresentò un momento di svolta per il moderno movimento ambientalista, vendendo più di 500.000 copie in 24 paesi e in quel periodo, più di ogni altra persona, la signora Carson sensibilizzò l'opinione pubblica sulla preoccupazione per gli organismi viventi, l'ambiente e la salute pubblica .

L’Earth Day del 1970 capitalizzò gli sviluppi di una nuova coscienza emergente, incanalando l'energia del movimento di protesta contro la guerra, cominciando a proporre le preoccupazioni ambientali. 

L'idea fu del fondatore dell’Earth Day, Gaylord Nelson, allora un senatore degli Stati Uniti del Wisconsin, dopo aver visto le devastazioni causate da una massiccia fuoriuscita di petrolio nel 1969, a Santa Barbara, in California. Ispirato dal movimento studentesco contro la guerra, si rese conto che se avesse potuto infondere la stessa energia per far emergere una coscienza pubblica sull’ inquinamento atmosferico e idrico, sarebbe nata una forza di protezione ambientale in grado di incidere anche sulla politica nazionale. Il senatore Nelson annunciò l'idea di un "meeting nazionale per l'ambiente" ai media nazionali; Denis Hayes fu assunto come coordinatore nazionale e mise insieme uno staff nazionale promuovendo 85 eventi in tutti gli Stati Uniti.

Come risultato, il 22 aprile, 20 milioni di americani scesero in piazza, nei parchi e negli auditorium a manifestare per un ambiente sano e sostenibile. Migliaia di college e università organizzarono proteste contro il degrado dell'ambiente. I gruppi che avevano combattuto contro le fuoriuscite di petrolio e fabbriche inquinanti, liquami, discariche tossiche, pesticidi e cementificazioni selvagge con perdite del territorio e l'estinzione della fauna selvatica, improvvisamente si resero conto dei valori comuni condivisi.

L’Earth Day del 1970 raggiunse una rara trasversalità politica e poté contare sul sostegno di repubblicani e democratici, ricchi e poveri, elegantoni di città e agricoltori, magnati e leader sindacali. La prima Giornata della Terra portò alla creazione degli Stati Uniti per la protezione dell'ambiente e fu proclamato il Clean Air Act e il Clean Water Act . "E 'stata una scommessa," ricorda Gaylord, "ma ha funzionato".

Nel 1990 un gruppo di leader ambientalisti chiese a Denis Hayes di organizzare un’altra grande campagna. Questa volta, la Giornata della Terra diventò globale, mobilitò 200 milioni di persone in 141 paesi e portò le questioni ambientali su scala mondiale. L’Earth Day del 1990 diede una spinta enorme ad iniziative di riciclaggio a livello mondiale e contribuì a spianare la strada per  il 1992, anno dell’ Earth Summit di Rio de Janeiro. 

Con l’avvicinarsi del nuovo millennio, Hayes accettò di lanciare un'altra campagna, questa volta incentrata sul riscaldamento globale e per l'energia pulita. 5.000 associazioni ambientaliste in 184 paesi parteciparono, raggiungendo centinaia di milioni di persone. L’Earth Day 2000 mise insieme la base dell'attivismo internazionale della Giornata della Terra del 1990 utilizzando Internet per l’organizzazione, ma ciò che lo caratterizzò fu l’unione di ogni mezzo di comunicazione. Dal ‘passa parola’ ai tamburi che di villaggio in villaggio echeggiarono in tutta  l’Africa, fino a ricongiungersi alle centinaia di migliaia di persone raccolte sul National Mall di Washington, DC. L’Earth Day 2000 inviò ai leader del mondo un messaggio forte e chiaro:  i cittadini di tutta la Terra volevano un'azione rapida e decisiva in materia di energia pulita.

Con l’edizione dell’Earth Day 2010, sembrò di essere tornati ai primi anni ’70. In un momento di grande sfida per la comunità ambientalista, i negazionisti del cambiamento climatico, i lobbisti del petrolio ben finanziati, i politici reticenti, un pubblico disinteressato e una comunità ambientalista divisa, contribuirono ad una parziale messa in ombra della causa per il progresso nel cambiamento. Nonostante la sfida, per il suo 40° anniversario, Earth Day Network intende ristabilire la Giornata della Terra come potente punto focale intorno a cui le persone possano dimostrare il loro impegno. L’Earth Day Network ha portato 225.000 persone al National Mall di Washington e ad oggi sono stati confermati 40 milioni di azioni dedicate alla tutela ambientale verso l’obiettivo, nel 2012 ancora a Rio de Janeiro, di un miliardo di 'azioni verdi' e servizi per l’Ambiente. Il regista James Cameron ha avviato a livello internazionale, 1 milione di iniziative allo scopo di piantare alberi e il Network ha triplicato la sua base online coinvolgendo oltre 900.000 membri della comunità.

La lotta per un ambiente pulito continua in un clima sempre più pressante. Le devastazioni che causano il cambiamento climatico diventano più evidenti ogni giorno che passa. Questo è un invito a far parte della Giornata della Terra per contribuire a scrivere altre vittorie e nuovi successi nella nostra storia. Scopriamo l'energia che non sapevamo di avere e che invece è a portata di mano. Costruiamo un ambiente pulito, sano, un mondo diverso per le generazioni a venire.


http://www.earthday.org/

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TECNOLOGIE
19 aprile 2011
IL NUCLEARE NON E’ ECONOMICO, NON E’ PULITO, NON E’ SICURO. ECCO PERCHE'.

Anche se la sicurezza delle centrali nucleari fosse ragionevolmente garantita - sul che vi sono seri dubbi – resterebbero sempre non risolti, in fatto di sicurezza, i problemi del trasporto dei materiali fissili e quelli della conservazione nei secoli delle scorie radioattive.

In un Paese come il nostro, con un territorio in gran parte idrogeologicamente dissestato e congestionato di inquinamenti  e per di più fitto di insediamenti urbani e costellato di tesori storici, artistici e paesasistici, è  il ciclo nucleare nel suo insieme che presenta rischi e pericoli inaccettabili  e che deve quindi essere scartato, e come soluzione di emergenza, l'alternativa nucleare non ha titoli per essere considerata prioritaria. 

L'energia elettrica ottenuta per via nucleare non è né economica, né pulita, né sicura:

 a) l’uranio non è una risorsa né rinnovabile né sostenibile, limitata nelle quantità e nel tempo, molto costosa e delicata da un punto di vista geo-politico; 

 b) non è vero che il nucleare non provoca emissioni di CO2, perché, in realtà, si produce una quantità rilevante di CO2  per l’estrazione del combustibile, per la costruzione della centrale e per il suo smantellamento;

 c) malgrado i costi elevati, economici e ambientali, gli impianti nucleari di tutto il mondo forniscono una minima parte dell’energia necessaria. Dopo 50 anni, tutte le centrali del mondo forniscono appena il  6,5% del fabbisogno mondiale di energia primaria e ancor meno in Italia: il 2%. 

Le valutazioni della presunta convenienza economica sono state fatte sulla base di costi degli impianti non aggiornati che non tengono conto delle spese necessarie per lo smantellamento finale delle centrali e per la custodia e lo smaltimento dei residui radioattivi derivanti dal loro funzionamento.

La scelta nucleare proposta dal governo condanna ugualmente l’Italia ad una dipendenza, inevitabile in ogni grande processo produttivo, da capitali stranieri e da brevetti, forniture e tecnologia, detenuti da pochi gruppi monopolistici, con tutte le conseguenze politiche che ne derivano.

La scelta nucleare comporta la concentrazione della produzione elettrica in pochi mega impianti che stravolgono pesantemente le aree interessate sia sotto il profilo ambientale sia sotto il profilo della sicurezza, rendendone quasi inevitabile, per questo ultimo aspetto, la militarizzazione.

Al contrario è il momento di pensare ad un modo di produzione dell’energia elettrica decentrato e diffuso sul territorio, che sia consapevole e rispettoso delle esigenze delle comunità e dell’ambiente in cui si sviluppa.

La scelta nucleare implica il rilascio abituale di inquinanti radioattivi nella biosfera, nonché il rischio di incidenti catastrofici di portata e scala imprevedibili, determinati da errori umani, anomalie o anche da sabotaggi e atti terroristici. I rilasci degli effluenti di raffreddamento provocano poi variazioni climatiche e alterazioni degli ecosistemi naturali, derivanti dall'inquinamento termico.

Le centrali nucleari non sono sicure e possono essere fonte di pericolo per la salute degli abitanti. Sulla sicurezza degli impianti nucleari spesso ci dicono rassicuranti parole, ma  non ci dicono per esempio, che in Germania i bambini che vivono in un raggio di 5 km attorno alle centrali si ammalano di leucemia 2 volte in più rispetto agli altri bambini.

La scelta del nucleare porta con sé la produzione di crescenti quantità di sottoprodotti radioattivi pericolosi e difficilmente conservabili in maniera sicura. Alcuni di questi sottoprodotti radioattivi costituiscono inoltre la materia prima per la costruzione delle bombe atomiche, cosicché la scelta nucleare contribuisce al rischio di proliferazione degli armamenti nucleari ed alla instabilità internazionale contraria agli interessi della Pace.

L’opzione nucleare è intrinsecamente rigida sia nella fase di programmazione che di produzione: gli ingenti impegni finanziari ed i tempi di messa in opera vincolano il proseguire del programma anche in caso di mutamenti del contesto socio-economico, obbligano all’uso dell’elettricità, anche se non necessario (le centrali nucleari non possono essere ‘rallentate’ o fermate per seguire la curva dei consumi) e sottraggono risorse ad altre opzioni, quali efficienza/risparmio energetico e fonti rinnovabili, più convenienti, diffuse, modulari e disponibili in tempi brevi.

Le centrali nucleari necessitano per funzionare di notevoli e continue quantità di acqua, bene sempre più prezioso e scarso che verrebbe sottratto a bisogni primari ben più importanti, quali ad esempio quello agricolo. La scarsità d'acqua rischierebbe inoltre di mettere in crisi il funzionamento stesso delle centrali nei periodi estivi caratterizzati da piogge scarse, elevate temperature ambientali e punte di consumo per la climatizzazione.

La scelta nucleare, contrariamente a quello che da molte parti si vuole far intendere, contribuisce assai poco a risolvere i problemi occupazionali, essendo la costruzione delle centrali elettronucleari il tipico investimento ad alta intensità di capitale e bassa intensità di manodopera.

I problemi prioritari dell'occupazione non trovano alcuna soluzione con la semplice moltiplicazione dei consumi e con la produzione di grandi quantità di energia, che finirebbero invece per favorire solo lo spreco e lo sviluppo di industrie ad alto impiego di capitale e di energia per addetto.

La scelta nucleare impedisce inoltre il pieno sviluppo delle fonti rinnovabili (in particolare eolico e solare fotovoltaico) che, al contrario di qualche decennio fa, sono già oggi competitive sul piano dei costi e ancora di più lo saranno fra 10 anni quando si presume che gli impianti nucleari siano disponibili. I tentativi in corso di contenere lo sviluppo degli impianti da rinnovabili, riducendo gli incentivi e mettendo un limite di potenza istallata si traduce nel soffocamento dell’occupazione nel settore, che è in pieno sviluppo, con la perdita di molte migliaia di posti di lavoro.

Il settore delle rinnovabili è fra i pochi comparti produttivi che non hanno  subito  i rallentamenti dovuti alla crisi economica e finanziaria internazionale e la scelta nucleare ne fermerebbe l’espansione.


ECONOMIA
15 aprile 2011
Protocollo di Kyoto: il debito italiano accumulato per inadempienza

L’Italia ha accumulato nel biennio 2008-2010 un debito di 0,7 milioni € al giorno (8 € al secondo) per il mancato raggiungimento degli obiettivi del Protocollo di Kyoto.

Rispetto all’obiettivo (taglio del 6,5% del livello delle emissioni del 1990), nel 2004 le emissioni erano aumentate dell’11%.

Il calo che è seguito deriva, per la maggior parte, dagli effetti della crisi economica sui settori produttivi.

L’attuale livello di emissioni (502 milioni di tonnellate al 2009) porta a meno della metà dell’obiettivo fissato dal protocollo (-3% rispetto al valore del 1990:  483 Mt)

Stime del Kyoto Club collocano il debito accumulato alla fine del periodo di adempimento 2008-2012 tra 1 e 2 miliardi di euro complessivi  (poco meno di 830.000 M€ al 14/4/2011).

Obiettivi per il pacchetto 20-20-20 per gli Stati Europei


Fonte : Renewable Energy Policy Network for the 21st Century Ren21 rapporto rinnovabili, 2007


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