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blog di Valter Carraro Gasparin
CULTURA
23 aprile 2008
TIBET | LE RADICI DEL PROBLEMA

Nell'anno dei Giochi Olimpici di Pechino e nel 60°Anno Della Dichiarazione Universale Dei Diritti Umani, cinque organizzazioni
tibetane hanno deciso di fare una marcia non violenta di ritorno verso il Tibet.
 


Urlare 'Tibet libero' 
 significa fare un gran torto ai tibetani e un gran favore all’ottuso regime di Pechino il quale, per la sua natura di regime, non può avere altra reazione che quella di irrigidirsi nelle sue posizioni brutali e retrograde.

Lo dichiara in una intervista il professor Stefano Castelli, co-autore del Data Base Culturale libero Manjusri
 , nato per "supplire all'evidente ritardo della Scuola e delle Biblioteche italiane davanti al fenomeno dell'immigrazione".

                                "Sul Tibet si stanno dicendo grandi stupidaggini.
                                  Su questo argomento regna l’ignoranza"


                                 L'INTERVISTA  DI PEACE REPORTER   
                          Manjusri

                                 manjusri  

         VERSIONE IN ITALIANO  DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI  Versione italiana in .pdf 

 

NOTA - Per la visione del documento video 'Tibet libero'; sit - in del 10 marzo al Consolato della Repubblica Popolare Cinese di Milano, si consiglia una connessione adsl

21 aprile 2008
RASSEGNA INTERVISTE\Politica\Economia\Vaticano
SCIENZA
17 aprile 2008
NUCLEARE - Vent'anni fa Chernobyl. E ora? Le 'Rinnovabili'.
Ma Greenpeace che fine ha fatto?

Parlare di nucleare senza tirare in ballo Greenpeace è come se Rubbia non parlasse più di fisica atomica. Come se Margherita Hack guardasse le stelle per poi dire "m'ama, non m'ama". E infatti gli attivisti di Greenpeace sono come sempre in azione. E, guarda caso, proprio sul nucleare. Ma stavolta qualcosa è cambiato. L'organizzazione parla di nucleare, e di finanziamenti. Per renderlo 'sicuro', s'intende. Statuto Greenpeace.

   Roma, — Oggi è la seconda giornata di protesta degli attivisti di Greenpeace presso le agenzie di Intesa Sanpaolo. In tutta Italia hanno distribuito ai clienti della banca "barattoli di scorie nucleari" per denunciare la decisone del Gruppo di finanziare il completamento di due vecchi reattori nucleari a Mochovce, in Slovacchia. In questo pericoloso progetto è coinvolta Enel. 

Nel ventennale di Chernobyl - verrà siglato l'accordo tra Enel e governo slovacco per l'acquisto del 66% della Slovenske Electrarne (Se), l'azienda elettrica slovacca.

               Chernobyl 20 anni fa - I Tecnici cercano di fuggire dopo lo scoppio del reattore


Ma quant'è il nucleare nel mondo?



20 anni fa, dopo il tragico episodio di Chernobyl, gli italiani dicevano NO al nucleare, con un'importante scelta referendaria. Oggi si riapre il dibattito. E il nucleare viene ripescato come possibile soluzione al cambiamento del clima. Ma non è così: il nucleare è un vicolo cieco e la vera soluzione è nelle rinnovabili.

E nell'efficienza energetica.

I termini reali del dibattito nucleare sono questi: come far sopravvivere una tecnologia marginalizzata dal mercato che ha assorbito ingenti risorse pubbliche senza tuttavia risolvere nessuno dei suoi problemi fondamentali?

Nei mercati liberalizzati il nucleare è infatti in forte crisi. Per evitare il crollo del settore, il governo USA ha ad esempio introdotto, nel 2005, forti incentivi economici. Ma secondo l'agenzia di rating Moody's, questi incentivi non basteranno se non per una o forse due centrali da costruire entro il 2015.

                                        E in Italia ?

Occhio al Barile

Non serve essere un acuto osservatore per vedere che, in Italia, il consumo di olio combustibile usato per trarne energia, è semplicemente abnorme.E questo significa petrolio da comprare
a prezzi sempre più alti.

Barile

Unità standard nei Paesi anglofoni per la misura volumetrica del petrolio e dei derivati. Corrisponde a 42 galloni USA (159 litri o 0,159 metri cubi) e pesa circa 136 Kg (306 libbre). Oltre alla sigla bbl, il barile è spesso indicato anche con b e brl.

Ieri, a Singapore
, il barile è stato scambiato a 114,95 $, con consegna a maggio. 
Per l'Italia quindi, il prezzo non è quello del barile, ma è sempre superiore, per gli interessi che maturano prima dell'effettiva consegna. E anche a voler prescindere dagli effetti nocivi sull'ambiente, sia il petrolio che l'Uranio (il combustibile per il nucleare), non sono fonti energetiche rinnovabili.
 
Il 24% di "rinnovabili", riportate sul grafico riguardante l'Italia, sono le centrali idroelettriche. Ma lo sfruttamento dell'acqua per generare energia, non ha però molti margini di aumento; perlomeno nel nostro Paese. Le conclusioni sono ineludibili. Rubbia in primis. E' necessario affrontare da subito, con serietà, il problema dell' approvvigionamento energetico tramite le altre fonti che, chissà perchè, vengono dette alternative quando il sole ed il vento, si rinnovano da prima della comparsa dell'uomo sulla Terra. Ma, biomasse a parte,  forse questa è un'altra storia...

           NEW YORK 18 Aprile 2008 - 20:49|Chiusura record del greggio 116.69 $ 

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SOCIETA'
11 aprile 2008
RASSEGNA VIDEO - L'ultimo giorno di campagna elettorale DALAI LAMA: "Tornerò a Lhasa"



RASSEGNA VIDEO



TG 2

L'ultimo giorno di campagna elettorale. Interventi in voce di
 Veltroni, Berlusconi, Bertinotti, Boselli,Casini, Santanchè


LE INTERVISTE PRIMA DEL VOTO


Veltroni. Il miracolo? Si può fare


Berlusconi: ecco perché vinco io


Boselli. Elettori radicali, votate PS


Bertinotti. Dopo il voto la cura ricostituente


Casini. Io l’anti”Veltrusconi” che scommette sul pareggio
                                  
                                 

  
Rita Bernardini. “Chiesa, 194, coppie di fatto. Non molleremo proprio nulla”



Bassolino. “Le mie responsabilità lo ho ammesse, ma lasciare ora sarebbe un disastro



§§§


IL DALAI LAMA: Tornerò a Lhasa

DALAI LAMA


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SOCIETA'
6 aprile 2008
"LA CINA E' POTENTE, CI RESTA SOLO LA FORZA DELLA VERITA' "

Parla Palden Gyatso, il monaco che ha resistito 33 anni alle torture cinesi.

PALDEN GYATSO

                                        E l'Occidente ?

Il monaco buddista Palden Gyatso apre il "sacchetto della memoria" e racconta decenni di violenze subite, da lui e dal suo popolo. Dentro e fuori dal carcere. 

                                        

Le sue caviglie. "Questa è la cicatrice dei ceppi". I suoi polsi. "Qui ho il segno delle manette a denti di lupo. Le chiamano così perché, se ti muovi, hanno dei chiodini che si conficcano nelle vene". La sua bocca. "Le scosse elettriche mi hanno fatto cadere tutti i denti. Per fortuna, la prima volta che sono andato a testimoniare alle Nazioni Unite mi hanno regalato una dentiera".

Palden Gyatso ha passato trentatré lunghissimi anni nelle carceri cinesi. Porta sulla sua pelle le stimmate di un calvario. Cammina a fatica, è quasi sordo. Nessuno meglio di questo monaco buddista ormai anziano e dolente incarna la sofferenza ma anche la straordinaria resistenza del Tibet. Il suo corpo massacrato è abitato dalla tipica dolcezza himalayana. E da uno sguardo magnetico. 

A settantacinque anni, Palden Gyatso avrà anche rughe come solchi, ma non rinuncia a ricordare. "Quando mi arrestarono, nel 1959, stavo studiando nel monastero di Drepung. Per estorcermi una confessione, i cinesi mi picchiavano dopo avermi sospeso legando e tirando le mie braccia all'indietro fino al soffitto. Sempre in questa posizione, appiccavano il fuoco per bruciarmi le dita dei piedi. Alcune volte buttavano tra le fiamme polvere di peperoncino, così tutto il corpo diventava incandescente e gli occhi sembravano brace. Il dolore più terribile arrivava dopo, quando dovevo andare all'aperto per fare i lavori forzati, mezzo cieco e con le piaghe ancora purulente. Tra noi, chi non moriva di tortura, moriva di stenti e fame. Mangiavamo un pugno di riso e una tazza di brodo. Dalla disperazione, mi è capitato di cucinare anche le suole delle mie scarpe.

I cinesi estorcevano sempre dai detenuti qualche parola, abbastanza compromettente da giustificare una formale condanna. Era solo questione di tempo. Palden Gyatso aveva resistito qualche mese, grazie alla sua giovane età. I monaci più anziani invece morivano in pochi giorni. Alla fine, dovette confessare anche lui di aver "marginalmente" partecipato all'insurrezione contro l'esercito di Pechino. Dopo l'occupazione, dalla Cina arrivarono la Rivoluzione culturale e l'ordine di cancellare qualsiasi riferimento religioso dal Tetto del mondo.

Scomparve così l'universo tibetano dei monasteri, delle lampade votive, delle statue dorate, dei fumi degli incensi, delle mille bandierine sventolanti, dei cilindri rotanti per la preghiera, dei canti. La distruzione dei simboli religiosi fu condotta con tale perseveranza e metodo che persino il paesaggio cambiò. Un tempo le colline erano dominate dagli dzong, le fortezze abitate dai religiosi, che vennero rase al suolo. I campi avevano migliaia di stupa, tempietti e reliquiari: fatti a pezzi.

Le bandiere di preghiera furono rimpiazzate dalle bandiere del Partito. "Le Guardie rosse entrarono nel carcere. Ci mostrarono un filmato in cui si vedeva il presidente Mao passare in rassegna decine di migliaia di Guardie rosse. Ci dissero che la Rivoluzione culturale era guidata personalmente da Mao Zedong e Lin Piao. Chiunque avesse osato ostacolarla sarebbe stato "schiacciato come un verme". Durante le "sessioni di studio" dovevamo leggere il Libretto rosso di Mao. I thamzing, le "sessioni di lotta", divennero sempre più frequenti. Erano autentici processi politici. Iniziavano con una condanna verbale e finivano con un pestaggio. O con la condanna a morte. In quanto monaco, mi venivano inflitte ulteriori violenze. Mi costringevano a portare le feci sul thangka, la tavola sacra buddista.

Mi sfidavano, gridando "Bod rangzen", Tibet libero. E poi mi urinavano addosso. Quando le guardie carcerarie volevano riposarsi - perché la tortura doveva comunque essere un lavoro faticoso - ci terrorizzavano con le proiezioni dei filmati. Ricordo quello di un monaco che veniva crocefisso vivo, poi ucciso a colpi di pistola e carbonizzato. Alle monache invece bisognava togliere la verginità donata alla religione. Il Partito comunista non voleva che vi fossero contatti sessuali con i detenuti, ed era una regola abbastanza rispettata. Così, le monache venivano penetrate con i famigerati bastoni elettrici. O con altri oggetti".

I cimeli della prigionia
Palden Gyatso apre la sua inseparabile borsa. Viaggia sempre con questo sacchetto di stoffa. Non custodisce libri di preghiera o rosari. Dentro ha la sua prima sentenza di condanna e alcuni strumenti di tortura. È quasi affezionato a questi cimeli di prigionia. "Questa sembra una torcia elettrica, ma funziona come un elettroshock: bastoni ad alto voltaggio che cominciarono a circolare nelle carceri a metà degli anni Ottanta. Amnesty International aveva ottenuto la chiusura della fabbrica che li produceva, a Glasgow. Ma il regime cinese ne aveva fatto incetta. Adesso so che lo utilizzano frequentemente anche contro i manifestanti".

Nato nel 1933, anno della Scimmia, in un villaggio del Tibet a 200 chilometri da Lhasa, Gyatso torna a essere un uomo libero nel 1992. Il Dalai Lama in proposito ha commentato: "La vicenda di persone come lui rivela che i valori umani di compassione, pazienza e senso di responsabilità per le proprie azioni, che sono il fulcro di ogni pratica spirituale, sopravvivono ancora. La sua storia sarà fonte d'ispirazione per tutti noi".

Chiamato a testimoniare all'Onu, al Congresso statunitense e all'Unione europea, è stato ignorato dalla diplomazia cinese, tranne che per una laconica lettera inviata alla Commissione dei diritti dell'uomo della stessa Onu: "Palden Gyatso è un criminale che persiste nelle sue attività sovversive", ha scritto nel 1995 l'allora ambasciatore Ma Yuzhens. "Il suo racconto è falso: nelle carceri cinesi la tortura è proibita".

La voce interiore
Quest'uomo di bassa statura, debole e denutrito, è riuscito a evadere ben due volte, prima di essere liberato definitivamente. Nel 1962 fu ritrovato dai cinesi a un chilometro dalla salvezza, il confine con il Bhutan, mentre era in fuga verso l'India. La seconda volta, nel 1979, aveva scelto invece di rimanere nella capitale. Lo fermarono mentre appendeva manifesti che chiedevano l'indipendenza del suo Paese e il ritorno in patria del Dalai Lama.

"Accogliendomi, un carceriere mi urlò: "Eccoti l'indipendenza". E mi infilò un bastone elettrico in bocca, mandando una, due, tre scariche - non so ricordare quante fossero. Svenni, perdendo il controllo del mio corpo. Mi risvegliai in un lago di vomito e urina. Trovai appena la forza di sputare qualcosa che avevo in bocca. Mi accorsi che erano i miei denti. Se non fossi stato un monaco, probabilmente li avrei odiati, i miei aguzzini. Oggi invece non provo più sentimenti di rabbia o rancore per quello che mi hanno fatto. Alcuni provavano piacere a torturarmi, ma non tutti. Ricordo che una volta vidi uno di loro piangere".

Gyatso è rimasto prigioniero dei suoi incubi e della lotta per un Tibet libero che torni la patria dei tibetani. Due anni fa ha piantato una tenda blu e rossa a Torino, a San Pietro in Vincoli, insieme ad altri due monaci, e ha cominciato uno sciopero della fame. "La comunità internazionale non dimentichi di pretendere il rispetto dei diritti umani dalla Cina nel momento in cui assegna le Olimpiadi del 2008". La protesta dei buddisti quella volta terminò quando Mario Pescante, rappresentante del Comitato Olimpico, inviò loro una lettera di rassicurazioni.

Come Gyatso abbia resistito a trentatré anni di prigionia e torture rimane un mistero. "Se prendono il tuo corpo non fa niente, se s'impadroniscono della tua mente, allora sei davvero morto. A me veniva impedito di meditare ad alta voce o con rosari e libri. Avevo sviluppato la mia voce interiore. Mentre mi torturavano recitavo un mantra. Cercavo di pensare al dolore del mondo intero. Il mio avrebbe impedito la sofferenza di altri esseri umani. Ho cercato anche spiegazioni nel karma. Nelle mie vite passate devo aver commesso azioni terribili".

Nel marzo 1989 Hu Jintao, attuale presidente della Repubblica cinese e all'epoca segretario del partito nella regione autonoma del Tibet, impose la legge marziale a Lhasa. Palden Gyatso si trovava nella prigione di Drapchi. "Con la pressione delle organizzazioni per i diritti umani, le autorità cinesi iniziarono a usare torture sempre più sofisticate. Ma non per questo meno crudeli. Si accanivano su punti particolari del corpo, picchiando organi interni come reni o fegato. È così che, per la prima volta nella mia vita, ho visto cadaveri blu. E rossi. Un'altra tecnica di violenza invisibile erano i ripetuti prelievi di sangue".
Ma il cambiamento arrivò. "Stranamente subito dopo l'introduzione della legge marziale, alla fine degli anni Ottanta, la mia vita carceraria cominciò a migliorare. Quando dissero che ero libero, rimasi incredulo. Fino a quel momento, ogni volta che finivo di scontare la pena, le autorità cinesi trovavano un motivo per condannarmi ancora. Ricordo che lasciai il carcere guardandomi intorno. Temevo che ci fosse qualche trappola. Gli ufficiali cinesi infatti mi pedinavano. Dopo tredici giorni riuscii a fuggire da Lhasa. Volevo raggiungere Dharmasala, per mettere la mia esperienza al servizio del Dalai Lama". Gyatso è stato poi convinto dal Dalai Lama a scrivere le sue memorie. In Italia, Il fuoco sotto la neve è stato pubblicato nel 1997 (Sperling&Kupfer). Lui è diventato il protagonista di molti documentari e invitato d'onore di tante mobilitazioni.

Soldi sulla punta del coltello
Uscendo di prigione, Gyatso non ha più ritrovato il suo Tibet. Ha scoperto che anche gli altri membri della sua famiglia erano stati arrestati. Uccisi. Ma ha scoperto anche di avere tanti nuovi amici. A metà degli anni Ottanta, i militanti italiani e inglesi di Amnesty hanno "adottato" Gyatso come prigioniero di coscienza, insieme a un altro monaco, Geshe Lobsang Wangchuk, che non è stato mai rilasciato.
 
"La mia storia dimostra che gli occidentali, se lo vogliono, possono provocare dei cambiamenti. Purtroppo, molti Paesi democratici oggi sembrano interessati solo al denaro e agli affari. I diritti umani non contano più niente. Tutto questo è molto pericoloso. In Tibet c'è un'espressione che dice: "Dare i soldi sulla punta del coltello". È quello che sta avvenendo. La Cina è potente, e noi abbiamo soltanto la forza della verità".

3 aprile 2008

Fonte:    La Repubblica.it - Anais Ginori

Vai alle Foto di:  Joakim Eneroth

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