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blog di Valter Carraro Gasparin
LAVORO
5 novembre 2011
«Pagano sempre i soliti. Va cambiata la politica Ue» Intervista al segretario della FIOM

L’Intervista a Maurizio Landini, segretario Fiom, in corteo con i metalmeccanici della Lombardia che scioperano per otto ore contro l’assenza di politiche industriali.

Il problema non è eliminare Berlusconi per mettere al suo posto qualcuno che faccia un po’ meglio le cose che indica la Bce. Il problema è che delle soluzioni proposte dal governo e dalla Banca centrale abbiamo già visto gli effetti: le ricette liberiste e il mercato senza regole ci hanno portato in questa situazione gravissima». Invece «avremmo bisogno di ridistribuire la ricchezza, introdurre la patrimoniale, tassare le transazioni finanziarie, pensare agli euro bond, convertire verso la sostenibilità ambientale il sistema di produzione delle merci, ripensare il concetto di mobilità». Tutte cose che non farà questo governo, «ma neanche un governo tecnico o una Europa unita solo dalla moneta. Soltanto un governo eletto democraticamente dai cittadini può recuperare credibilità, nei confronti del Paese e delle istituzioni internazionali». Quando gli domandi se queste cose possiamo ancora permettercele, Maurizio Landini risponde così: «Io rappresento una categoria che negli anni ha dato tutto. Che quando va bene oggi vive con milletrecento euro al mese. Se pensi invece ai pensionati e alle pensioni, in 15 anni si è passato dai 35 ai 41 anni di età contributiva per averne diritto. Non dico che vada bene lo status quo, che non ci sia la necessità di ripensare lo stato sociale. Dico solo che non si può pensare di fare cassa tagliando i diritti e le tutele di chi ha già pagato e continua a pagare colpe non proprie». Il segretario della Fiom oggi è a Milano. Insieme a Mirco Rota, segretario lombardo del sindacato, sarà in corteo con i lavoratori che scioperano otto ore contro l’assenza di soluzioni e politiche industriali del governo regionale di Formigoni e di quello centrale di Berlusconi.

Perché la Lombardia?

«Le otto ore a livello territoriale erano già state decise dall’assemblea nazionale dei delegati, dopo lo sciopero generale della Cgil. È chiaro che in questo contesto la mobilitazione in Lombardia assume un valore più ampio di uno sciopero regionale. Porta con sé la difesa del contratto nazionale di categoria, la contrarietà all’articolo otto (quello che permette la deroga ai contratti e i licenziamenti, ndr), la richiesta di una politica industriale che non esiste a livello regionale tantomeno a livello nazionale. Non dimentichiamo che questa è la Regione con la più grande struttura industriale del Paese».

Secondo i dati del suo sindacato, dall’inizio della crisi la Lombardia ha perso più dell’otto per cento del suo Pil. Un’enormità che è possibile recuperare?

«È evidente che qui, prima che in altre zone meno industrializzate del Paese, si vedono gli effetti dei cambiamenti portati da questa crisi economica e finanziaria. Stiamo parlando della crisi globale di un modello di sviluppo. Per questo per recuperare terreno non dobbiamo perseguire le politiche che sono state la causa dei problemi di oggi. Bisogna pensare ad un’altra idea di prodotto, alla riforma di settori strategici quali la mobilità o le infrastrutture. Andrebbe ridistribuita la ricchezza e ci vorrebbe meno finanza e più politica. Ma la regia di tutto questo dovrebbe essere affidata ad una Europa che non vedo. Uno dei problemi di fondo è che manca una visione d’insieme per uscire dalla crisi, perché non esiste l’Europa dei diritti o del sistema fiscale comune. Esiste solo l’Europa della moneta».

Non pensa mai che certe conquiste fatte negli anni in tema di welfare e diritti non possiamo più permettercele?

«Io rappresento chi ha fatto enormi sacrifici in questi anni. Non si può pensare di far pagare sempre gli stessi. In Italia vogliono cancellare i contratti nazionali e delegare alle leggi sul lavoro. Questo ci riporta fuori dall’Europa, all’800».

Di cosa hanno bisogno i lavoratori?

«Di diritti e regole certe. Abbiamo appena chiuso il referendum sulla nostra piattaforma contrattuale: in settemila aziende del Paese hanno votato 350mila lavoratori, il 65% di chi ha diritto e, ovviamente, non si tratta solo di nostri iscritti. Il 95% dei votanti ha detto sì alla nostra proposta. Chiediamo un contratto valido per tutti e regole sulla democrazia in fabbrica. A Mirafiori in duemila, su 500 nostri iscritti, hanno votato la piattaforma Fiom. E pensare che dal 2012, con la Fiat fuori da Confindustria, 70mila lavoratori potrebbero trovarsi senza contratto. O peggio, con quello imposto a Pomigliano». 

di Giuseppe Vespo - l’Unità


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POLITICA
5 giugno 2011
Bersani: «Gli elettori di sinistra e centro si sono già mischiati»

Segretario Bersani, cosa rappresenta per lei questo voto?

«Il segno di una riscossa civica, nel quadro di un problema sociale che si è fatto acuto e ha via via reso vulnerabili anche i ceti che finora si erano ritenuti al riparo dalle incertezze. È la prova che nell’incrocio tra questione democratica e questione sociale c’è l’evoluzione della crisi del Paese. Il rito personalistico e populistico si è mostrato inconcludente e menzognero di fronte ai problemi che prometteva di risolvere. Lo si vede più nettamente al Nord; cioè nel luogo più dinamico» .

Bersani, è sicuro che il Pd abbia vinto? Pisapia e de Magistris non erano i vostri candidati.

«In questo tam tam c’è la velina del terzismo: un colpo al cerchio e uno alla botte, se Atene piange Sparta non ride. Siamo l’unica democrazia al mondo in cui si ragiona così. In realtà, se uno perde ci dev’essere qualcuno che vince. I dati sono chiarissimi: su 29 vittorie, il Pd aveva 24 candidati; a Milano, su 28 consiglieri del centrosinistra il Pd ne ha 24. Non solo il nostro partito non ha pagato una presunta opzione radicale, ma elettoralmente ha spesso compensato i problemi degli alleati. Oggi siamo la forza centrale nella costruzione di un’alternativa. E cresciamo mettendoci al servizio di un centrosinistra che si apre a tutte quelle forze e a quelle opinioni che pensano di andare oltre Berlusconi su un terreno saldamente costituzionale. Gli elettorati di sinistra e centristi si sono già ampiamente mescolati nei ballottaggi» .

 Questo significa che continuate a cercare l’accordo con il terzo polo? Oppure la sinistra può fare da sé?

«La barca della politica deve avere più pescaggio. Magari viaggerebbe più lenta; ma è bene avere più pescaggio. C’è un’esigenza di ricostruzione. Il Paese ha davanti problemi seri; è tempo di affrontarli. Una democrazia che assuma un carattere costituzionale, una politica economica che prenda atto della realtà, la necessità di uscire dalla malattia del berlusconismo, sono obiettivi che ormai accomunano gli strati di opinione che si definiscono di centrosinistra con altri di centro o anche di centrodestra non berlusconiano».

Quindi avanti verso un’intesa più ampia possibile?

«Vedremo se la congiunzione avverrà tra elettori, o tra forze politiche. Il Pd intende ribadire questa prospettiva: un centrosinistra che non rifaccia l’Unione ma si vincoli a riforme visibili ed esigibili, proposte a tutte le forze politiche, cittadine, sociali che vogliono guardare oltre Berlusconi. Non esiste la possibilità di alzare steccati verso chi ha mostrato di voler discutere con noi. In nome di un’esigenza costituente, il centrosinistra non metta barriere e si rivolga in modo ampio. Tocca alle forze politiche prendersi responsabilità» .

Ma alle Amministrative accordi con il terzo polo ne avete fatti pochini.

«Dove non sono venuti i partiti, sono venuti gli elettori. Dove l’accordo si è fatto, come a Macerata, nessuno ha pagato alcun prezzo».

L’allarme sociale è così grave secondo lei?

«Vedo che nel centrodestra si chiacchiera molto: Alfano, primarie. Non trovi mai una discussione che parta dai problemi. Eppure, dopo il referendum avremo di fronte scelte micidiali. Nelle carte che Tremonti ha già scritto, anche se forse Berlusconi forse non le ha lette, c’è scritto che dobbiamo arrivare al 2014 con una base di spesa pubblica di 40 miliardi in meno, forse anche 50. Io dico: è irrealistico. Non lo possiamo fare, se no andiamo in recessione sparati. Non si è voluto andare in Europa e dire: noi facciamo un pacchetto di riforme strutturali— fisco, lavoro, liberalizzazioni, pubblica amministrazione —, e impostiamo tagli più graduali» .

Ma voi sosterreste un governo di fine legislatura, con un premier diverso da Berlusconi, che impostasse queste riforme?

«Il governo non è operativo da mesi e mesi. La coalizione che vinse il premio di maggioranza non esiste più. Il voto ha dimostrato che Berlusconi non ha più neppure la maggioranza nel Paese. Dovrebbe presentarsi dimissionario alla verifica che giustamente gli chiede il capo dello Stato, e rimettersi a lui. La nostra opinione è che a quel punto la strada maestra sarebbe il voto. Siamo pronti però a discutere un rapido passaggio che consentisse di andare a votare con una diversa legge elettorale, perché questa deforma l’assetto democratico. Purtroppo Berlusconi sembra insistere nella sua tecnica di sopravvivenza estenuata. E il distacco non solo tra governo e Paese ma anche tra istituzioni e Paese si accentua. Mi chiedo come la Lega possa accettarlo» .

Lei ha lanciato segnali alla Lega, con formule tipo «partito di popolo a partito di popolo» . Dove vuole arrivare? Potrete mai fare un pezzo di strada insieme?

«Noi siamo alternativi alla Lega. Ma le diciamo: il federalismo non finisce se finisce Berlusconi. A noi interessa, naturalmente dal punto di vista di un partito saldamente nazionale, come ci interessano temi che una volta Bossi indicava e ora sono finiti nel bosco: la sburocratizzazione, la trasparenza, la pulizia. Noi su questi temi ci siamo. Con un punto di vista diverso dal loro, ma ci siamo. Io ad esempio non ho mai detto che la Lega è razzista. Ho detto che, a forza di ripetere “ognuno a casa propria”, si finisce per assecondare pulsioni razziste. Ormai il calo del Pdl non porta buono alla Lega. La somma non è zero. Perdono tutt’e due. Se poi la Lega pensa di uscirne chiedendo più ministeri, diremo al Nord che ha legato il Carroccio dove voleva l’imperatore» .

L’accordo con il terzo polo significa rinunciare alle primarie. È così?

«Non è questo il punto. Io ho chiara la sequenza, che esporrò nella direzione Pd di lunedì (domani; ndr): prima i problemi, e le riforme; il Pd presenta un progetto per l’Italia e ne discute con chi ci sta. A cominciare naturalmente dal centrosinistra; poi si decide il passo successivo. Le primarie le abbiamo inventate noi e restano sempre la strada preferita; ora vedo che ne parla anche il Pdl; ma primarie e Berlusconi sono un ossimoro. Non mettiamo però le primarie in testa. In testa mettiamo una decine di riforme da fare: democratiche e sociali. Se negli Anni ’ 90 avevamo l’euro, oggi il grande obiettivo devono essere le nuove generazioni. Organizziamo ogni cosa intorno a questo, disturbandoci, pagando qualche il prezzo. Chi ha di più, dia di più».

Lei sa bene che l’Irpef non fotografa la ricchezza degli italiani ma dei lavoratori dipendenti. Finireste per colpire il ceto medio.

«Non è così. Noi vogliamo un’operazione seria, solida, in nome dei giovani. Alleggeriamo le imposte sul lavoro e sull’impresa che dà lavoro. Colpiamo l’evasione e le rendite immobiliari e finanziarie. Aggrediamo la precarietà: un’ora di lavoro stabile deve costare un po’ meno, un’ora di lavoro precario un po’ di più» .

Casini invita a votare due no al referendum. Voi siete per il sì. Come la mettiamo?

«Intanto è importante l’impegno affinché si vada a votare. Il quorum andrebbe calcolato in proporzione ai votanti delle ultime Politiche. Raggiungere il 50%non è facile, ma possiamo farcela. Senza politicizzare il referendum, che sarebbe un errore».

La destra la accusa di aver cambiato idea sulla privatizzazione dell’acqua.

«Il referendum semplifica tutto: sì o no. Noi siamo contro l’obbligo di privatizzare la gestione dell’acqua. Per quanto riguarda la questione della governance e degli investimenti, in Parlamento c’è una nostra proposta di legge. Se vince il sì, ripartiamo da quel testo».

Vendola nel ’ 98 votò per la caduta di Prodi. Oggi le pare un alleato affidabile? Anche sull’Afghanistan?

«Lo verifichiamo, prima del voto. Ci presenteremo agli italiani senza ambiguità. Quando dico che non vogliamo rifare l’Unione, intendo che dobbiamo costruire un profilo di governo, anche sulla politica estera. Non do nulla per scontato. Mi auguro che ognuno si prenda le sue responsabilità».

Prodi è salito con lei sul palco della vittoria, e già si parla del Quirinale…

«Mi ha fatto un grande piacere averlo al mio fianco. Vedo in lui il padre nobile della grande operazione che stiamo portando avanti. Prodi ha già un ruolo internazionale. È un uomo che ha una visione strategica, e abbiamo bisogno anche di quella. Più grande sarà la sua disponibilità, più grande sarà la mia disponibilità a impiegarlo in battaglia» .


Corriere della Sera, Intervista di Aldo Cazzullo

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POLITICA
28 maggio 2011
STIPENDI E VITALIZI ASSURDI AI PARLAMENTARI. E' GIUSTO CONTINUARE A SUBIRE IN SILENZIO ?

Il giorno 21 settembre 2010 il Deputato Antonio Borghesi dell’Italia dei Valori ha proposto l’abolizione del vitalizio che spetta ai parlamentari dopo solo 5 anni di legislatura in quanto affermava cha tale trattamento risultava iniquo rispetto a quello previsto dai lavoratori che devono versare 40 anni di contributi per avere diritto ad una pensione.

                                              Ecco come è andata a finire:

                                                    Presenti                     525
                                                     Votanti                      520
                                                    Astenuti                         5
                                                    Maggioranza            261

                                                     Hanno votato sì       22
                                                     Hanno votato no   498

Ecco un estratto del discorso presentato alla Camera:

«Penso che nessun cittadino e nessun lavoratore al di fuori di qui possa accettare l’idea che gli si chieda, per poter percepire un vitalizio o una pensione, di versare contributi per quarant’anni, quando qui dentro sono sufficienti cinque anni per percepire un vitalizio. È una distanza tra il Paese reale e questa istituzione che deve essere ridotta ed evitata. Non sarà mai accettabile per nessuno che vi siano persone che hanno fatto il parlamentare per un giorno – ce ne sono tre– e percepiscono più di 3.000 euro al mese di vitalizio. Non si potrà mai accettare che ci siano altre persone rimaste qui per 68 giorni, dimessisi per incompatibilità, che percepiscono un assegno vitalizio di più di 3.000 euro al mese.C’è la vedova di un parlamentare che non ha mai messo piede materialmente in Parlamento, eppure percepisce un assegno di reversibilità. Credo che questo sia un tema al quale bisogna porre rimedio e la nostra proposta, che stava in quel progetto di legge e che sta in questo ordine del giorno, è che si provveda alla soppressione degli assegni vitalizi, sia per i deputati in carica che per quelli cessati…»

I costi della politica stanno diventando sempre più “provocatòri” nei confronti dei comuni cittadini, alle prese con una crisi economica senza fine. Serve forse una sollevazione popolare per porre fine ad un sopruso istituzionale senza precedenti?

Nazzareno Perotti

Riviera oggi


Si può dire che l'Idv si sia fatta uno spot molto efficace e per niente costoso? In fondo i 22 contro il vitalizio erano tutti IdV. Ammettiamo, ma non diamolo per assolutamente scontato, che quel gruppo avesse comunque deciso il voto. Ma allora, questi dell'IdV sono delle persone veramente dedite all'etica nella politica! Ma com'è che al loro voto non si è unito nessuno? In Parlamento...è un fatto più unico che raro!!! Sta di fatto che l'IdV, operazione politica o no, ha fatto ripassare un messaggio che non viene più accolto da nessuno. Non c'è più un solo parlamentare (neanche a ri-pagarlo) che pensi a farsi il suo mandato o due, per poi ritornare alla propria professione. Cos'è, tutti sono veramente convinti di servire così bene il Popolo Sovrano e di essere indispensabili? Oppure,... non si pongono neanche il problema, l'importante è beccare i soldi. Si salvi chi può??? Ma anche se fosse così (perchè questo viene da pensare agli italiani), com'è che al posto di 945 tra deputati (630) e senatori (315), più 7 senatori a vita, negli Stati Uniti d'America - che ha più di 300 milioni di abitanti - se la cavano con 535 deputati e 100 senatori ???

Stati  Uniti -  Rapporto fra deputati e cittadini = 1:703.050

Italia        -    Rapporto fra deputati e cittadini = 1: 95.325

U. S. A. La più grande democrazia del mondo, ha meno parlamentari della nostra.

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Pensierino...Forse è per questo che Scilipoti lasciò l'IdV per il Pdl. Decise di non aspettare ed andò dall'unico che poteva dirgli sì, subito. Il capo pretese: Io e solo Io voglio restare al Potere. Scilipoti si sdebitò alla seconda chiamata. Cesario e Calearo lo rincorsero penosamente. Altro che fine Legislatura! Fine Democrazia!


SOCIETA'
10 maggio 2011
A Lampedusa ammutinati contro il cinismo

Due brutti giorni sabato e domenica, per l’Italia, segnata da Berlusconi. Sabato mattina alle ore 10, nella città di Bergamo, nella sala in cui ha luogo l’Assemblea degli Industriali italiani, entra in sala l’amministratore delegato della ThyssenKrupp Italia, appena condannato a 16 anni perché nella sua fabbrica di Torino (un’acciaieria) sei giovani operai e il loro capo, sono finiti bruciati vivi, durante il turno di notte. Subito è scrosciato in sala un applauso caloroso, solidarietà di manager a manager e, degli schiavi, chissenefrega.

La sera dello stesso giorno giunge notizia della strage nel Mediterraneo. È affondato un barcone con seicento disperati in fuga dalla Libia, molti bambini, pochi salvati. La Padania intitola a tutta pagina: “Settimana anticlandestini”. Forse non sanno della strage in Libia. Invece un titolino spiega: “Affonda barcone con 600 a bordo”. La sera c’è un comizio di Bossi a Bologna. Accanto ha il ministro Tremonti. Quando tocca a lui, avverte la piazza: “State attenti o vi troverete presto con un sindaco di nome Alì”. È il mondo in cui Barack Hussein Obama è presidente degli Stati Uniti. Ma è il giorno in cui il premier ha dichiarato: “I pubblici ministeri che mi perseguitano sono un cancro da estirpare”.

Eppure, quella stessa notte, un barcone ha sbattuto sugli scogli davanti a Lampedusa (nel buio, senza alcuno strumento di soccorso) e stava rovesciando nel mare il suo carico di disperati, tra cui donne e bambini. Nel buio (pensate, ancora adesso Lampedusa è stata dotata di nulla) soldati, ufficiali, marinai, Guardia di finanza, Guardia costiera, vigili urbani, cronisti, cittadini di Lampedusa, hanno formato una catena umana passandosi corpi grandi e corpi piccoli, bambini spaventati e mamme che urlavano nomi. E hanno salvato tutti. Quasi tutti. Al mattino sono stati trovati tre cadaveri incastrati sotto la barca. Ma i bambini sono con le mamme, i papà hanno trovato i piccoli.

Questo è accaduto: l’Italia di Lampedusa si è ammutinata all’orrore a cui fino ad ora ha dovuto assistere e tutti (tutti) si sono buttati in acqua, nel buio, e ciascuno ha salvato chi poteva salvare. Forse il nostro Paese può ricominciare da qui, la parte decente e umana della sua Storia.

Furio Colombo


Se non tutti, molti avranno visto la scena in TV. E si è vista la tragedia in diretta con uomini, donne e bambini al buio tra le onde che cercavano di salvarsi l'uno con l'altro. Furio Colombo in questo post lo sottolinea: "Ancora adesso Lampedusa è stata dotata di nulla". Già, perchè anche se i Lampedusani non l'avevano mai avvertita come una necessità, il nostro anti-eroe, nell'accezione peggiore del termine, Silvio Berlusconi (che a Lampedusa doveva comprare casa), aveva promesso a queste persone semplici e umane, una teoria di infrastrutture e di facilitazioni. La menzogna ricorrente del cavaliere si era ripetuta. Tutti ingannati. Non una promessa uscita dalla bocca di Berlusconi si è concretizzata. Ed ora, senza equivoci, tutto il mondo l'ha visto in diretta.

Sottosegretari

A proposito di decreto sviluppo, i nuovi 9 sottosegretari, ad oggi, sono già costati 4 (quattro) milioni di euro. Una prima domanda è fin troppo tristemente semplice: "Lo sviluppo riguarda l'Italia o il goveno di centrodestra di proprietà Berlusconi?"


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politica interna
7 maggio 2011
Il disastro ambientale del Cavaliere

Meno nota e non sempre sotto i riflettori, la (non) politica ambientale dei vari governi Berlusconi ha provocato effetti disastrosi da molti punti di vista: la salute, la fertilità dei suoli, la sicurezza alimentare, il riscaldamento climatico, le frane e le alluvioni. Oltre a distruggere il nostro ecosistema, ha un costo economico e sociale enorme che ricade soprattutto sui soggetti più deboli.

di Giovanna Ricoveri, da MicroMega 2/2011

Il problema

Il filo rosso che attraversa e orienta la politica ambientale dei governi Berlusconi dal 1994 ad oggi è efficacemente espresso dallo slogan «Padroni a casa propria», con cui Forza Italia vinse le elezioni politiche del 1994. Questo slogan, usato ripetutamente a sostegno delle scelte liberiste della politica ambientale, ne esprime bene anche le ambiguità: dichiara di voler sostenere la libertà individuale di tutti i cittadini, mentre nella sostanza serve a costruire e foraggiare l’alleanza con le forze della rendita, della speculazione, degli affari e spesso della malavita organizzata. L’ambientalismo berlusconiano si fonda sull’ideologia del «mercato senza regole», della privatizzazione di tutto quello che è «comune» o statale, dell’equiparazione tra il pubblico e il privato, della cancellazione dello Stato ridotto a impresa.

Tra il berlusconismo e l’ambiente esiste una contrapposizione insanabile e a priori: il primo si basa sul privato e sull’arricchimento individuale, sull’appropriazione individuale delle risorse naturali, sociali e culturali, sul governo della cosa pubblica da parte di un comitato d’affari; il secondo, sul pubblico e sulle regole, sui beni comuni, sul rispetto della natura e dei suoi cicli vitali, sulla giustizia ambientale oltre che su quella sociale, sulla democrazia intesa come partecipazione dei cittadini alle scelte che regolano la loro vita.

Negli anni Ottanta, e in particolare con la caduta del Muro di Berlino, l’ideologia del libero mercato ha fatto breccia anche nelle forze politiche di sinistra – in tutta la gamma delle sue articolazioni – e questo ha aperto un varco importante per il diffondersi in Italia di una destra populista, che si autodefinisce «liberale». Il rispetto delle regole e il controllo sulla loro applicazione non fanno parte del resto della tradizione italiana, come avviene in altri paesi europei; la cultura ecologista è nata in Italia molto più tardi che nel resto d’Europa e «il mattone» è un male antico, che trovava giustificazione in passato quando il paese era povero e la casa di proprietà era un fattore di sicurezza, e ne trova una anche oggi perché il costo delle abitazioni e il livello degli affitti è proibitivo per la stragrande maggioranza della popolazione rispetto al livello dei salari, molto di più di quanto non avvenga negli altri paesi europei. L’edilizia continua inoltre a essere considerata il motore o volano dello sviluppo da parte delle forze produttive – imprenditoriali e del lavoro – senza alcun serio ripensamento sui limiti intrinseci e sulla pochezza di un tale modello di sviluppo.

Nel secondo dopoguerra, anche in Italia c’è stata una stagione positiva di pianificazione territoriale e una «primavera» ambientale, che hanno prodotto strumenti e leggi di regolazione, ora nel mirino della destra al potere. Il berlusconismo, coadiuvato dalla Lega, ha cavalcato la situazione dando dignità di progetto politico a un disegno reazionario, senza trovare un’opposizione convinta da parte delle forze politiche di sinistra. Nella politica ambientale di questo governo c’è molta arroganza ma anche ignoranza sul ruolo insostituibile delle regole nella convivenza umana e dei servizi ecosistemici che la natura offre gratuitamente a tutti noi.

Gli effetti sono disastrosi da molti punti di vista: la salute, la fertilità dei suoli, la sicurezza alimentare, il riscaldamento climatico, le frane e le alluvioni, e hanno anche un notevole costo economico che pesa sulle casse dello Stato e che potrebbe essere evitato con politiche di prevenzione. Questa politica ambientale è inoltre iniqua e ingiusta, perché il suo costo ricade soprattutto sui soggetti più deboli – bambini, anziani e meno abbienti – e appare tanto più grave in un paese come l’Italia geologicamente giovane, fragile e instabile dal punto di vista idrogeologico sia nella pianura padana che lungo l’Appennino.

Uno sguardo d’insieme

La politica ambientale dei governi Berlusconi – che resta tale anche quando è una non politica, perché l’assenza di norme è in questo caso funzionale al progetto – ha spaziato fin dall’inizio in tutte le direzioni, usando tattiche diverse a seconda delle opportunità, sempre allo scopo di ottenere il consenso del popolo, che di quelle scelte e non scelte è comunque chiamato a pagare il prezzo maggiore.

Ha tagliato fin dagli inizi il bilancio del ministero dell’Ambiente fino al 60 per cento di quest’anno e ne ha ridimensionato il ruolo modificandone la legge istitutiva; non ha finanziato nessuno dei piani di riforestazione, la cui realizzazione spetta alle regioni; nel gennaio 2010 ha concesso a quest’ultime libertà di deroga sui calendari della caccia stabiliti dalla legge 157 dell’11 febbraio 1992 per gli uccelli migratori e alcuni mammiferi come cervi, caprioli e cinghiali, con conseguenze negative sulla biodiversità; ha negato l’esistenza del cambiamento climatico in molte dichiarazioni ufficiali e paga all’Unione Europea 42 euro al secondo per violazione degli accordi climatici; usa il milleproroghe – il decreto del Consiglio dei ministri per «prorogare o risolvere disposizioni urgenti entro la fine dell’anno in corso» – per cancellare, reintegrare o istituire norme e finanziamenti come nel caso della detrazione fiscale del 55 per cento sulla spesa di riqualificazione energetica degli edifici già esistenti; o, peggio ancora, per smembrare il Parco dello Stelvio tra le province di Trento e Bolzano e la regione Lombardia e «ringraziare» in questo modo i deputati della Svp che si sono astenuti sulla mozione di sfiducia il 14 dicembre 2010; inserisce norme ambientali in coda a leggi che si occupano d’altro o gioca sulle parole per dire e non dire, come nel caso della legge sulla prima sanatoria edilizia del 1994 dove un articolo esclude dal condono le volumetrie superiori a 750 mc per edificio mentre un altro articolo precisa che l’esclusione non riguarda la volumetria dell’intero edificio ma la singola domanda di condono: basta dunque presentare due domande, per aggirare l’ostacolo. Last but not least, il federalismo demaniale approvato dal Consiglio dei ministri il 20 maggio 2010, che trasferisce agli enti locali i beni del demanio patrimoniale dello Stato, al fine della loro «valorizzazione ambientale»: ma che cosa ci può essere di ambientale nella messa sul mercato dei beni pubblici? L’idea è quella che i «gioielli di famiglia» possano restare pubblici anche se dati in gestione al privato, che ne trae un profitto con cui compensare il taglio dei trasferimenti da parte dello Stato. L’esperienza dell’acqua, in Italia e nel mondo, dimostra che la gestione privata di un bene comune serve solo a privatizzare quel bene e, con esso, lo Stato e il pubblico in generale.

Condoni edilizi e morte dell’urbanistica

Urbanistica e assetto idrogeologico del suolo sono i due terreni privilegiati della controriforma ambientale berlusconiana. Per sostenere l’edilizia, e quindi con il consenso trasversale di cittadini, costruttori, speculazione edilizia, lobby del cemento e sempre più spesso della mafia e della camorra, il governo Berlusconi ha realizzato due condoni edilizi (rispettivamente nel 1994 e nel 2003), mentre un terzo è nell’aria; ha abolito l’Ici (2008) sulla prima casa per tutti indipendentemente dalla tipologia dell’abitazione e dal livello di reddito del proprietario; ha approvato un piano di edilizia abitativa (2009) da realizzare con l’ampliamento delle abitazioni esistenti senza alcuna considerazione dei servizi pubblici che tale piano richiede e che graveranno sulla spesa pubblica. Il piano stenta a decollare per vincoli burocratici, affermano governo e Confindustria. Era già stato realizzato abusivamente, fa capire l’Istat quando informa che nei dieci anni precedenti 24 mila alloggi (e 87 mila stanze) in media ogni anno erano già stati ampliati, abusivamente e illegalmente.

Il primo condono, subito dopo l’ingresso di Berlusconi a Palazzo Chigi, era una promessa fatta in campagna elettorale, con lo slogan: «Padroni a casa propria». Il condono riguardava tutte le costruzioni abusive anche quelle realizzate nelle zone ecologicamente fragili e soggette a rischio frana, nelle aree a elevato livello di biodiversità e in quelle soggette a vincolo paesaggistico, e quindi con divieto di edificazione in base alla legge Galasso (n. 431 del 1985), perché vicine a fiumi o sulla riva dal mare; la disposizione mirava a consentire ai fiumi di avere lo spazio di espansione nei periodi di piena. Quel condono rispondeva del resto a una domanda popolare diffusa anche perché le costruzioni abusive non erano più opera della vecchia borghesia parassitaria e dei grossi speculatori sulle aree del secondo dopoguerra ma di gruppi medi di proprietari e di esponenti della nuova borghesia commerciale. La legge di condono 724 del 23 dicembre 1994 si intitolava «Misure di razionalizzazione della finanza pubblica», evidenziando un altro punto fermo della politica berlusconiana, far credere ai cittadini che il nuovo governo alimenta le casse dello Stato con le entrate della sanatoria «senza mettere le mani nelle tasche degli italiani». Era una grandissima bugia, perché i costi di urbanizzazione a carico dello Stato sono stati, in questo caso, almeno 5 volte superiori alle entrate.

Il secondo condono (decreto legge 269 del 2003) è servito soprattutto a sanare il cambiamento della destinazione d’uso di magazzini e capannoni in piccole attività artigianali, palestre, supermercati e centri commerciali, discoteche e altre attività terziarie necessarie al modello di sviluppo del Nord-Est ora in crisi e alla trasformazione della pianura padana in un continuo urbano senza forma né identità. Anche in questo caso, la legge aveva un titolo ambiguo: «Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici». L’esiguità delle somme stanziate per lo sviluppo – 50 milioni di euro per la riqualificazione urbanistica e 100 per la sicurezza idrogeologica – rivelarono subito l’imbroglio del titolo, che dice una cosa diversa da quella che si sta facendo.

L’abusivismo dell’era berlusconiana è un piaga storica, che la legislazione urbanistica del secondo dopoguerra non è riuscita a debellare perché l’abusivismo porta voti e perché lo Stato italiano non ha né la forza né l’autorità per far rispettare le sue leggi, specie in materia di edilizia; non per una predisposizione alla trasgressione del popolo italiano, come ha recentemente precisato Paolo Berdini (Breve storia dell’abuso edilizio in Italia, Donzelli 2010). Con i governi Berlusconi questa piaga non è più un costo da pagare ma un’opportunità da utilizzare: l’illegalità nelle costruzioni è pertanto diventata permanente. L’abusivismo edilizio tollerato, e anzi «atteso», esprime anche il tentativo di chiudere definitivamente la stagione delle leggi di regolazione urbanistica e territoriale, che avevano dato agli enti locali gli strumenti per il controllo della rendita fondiaria: l’esproprio a prezzi agricoli della aree da edificare e l’abbattimento degli edifici costruiti illegalmente. Il poker delle leggi importanti, per il periodo preso in esame, era costituito dalle seguenti leggi (tra altre): la 167 del 1962 per l’edilizia economica e popolare, la 765 del 1967 contro l’abusivismo nei centri storici, la 10 del 1978 sull’edificabilità dei suoli, la 457 del 1978 sull’edilizia residenziale.

I costi ambientali dei condoni edilizi sono molto elevati da molti punti di vista, primo tra tutti la devastazione del territorio che è in larga misura irreversibile, e quindi non quantificabile. Può essere in parte reversibile, ma a un costo elevato e nei tempi lunghi. I suoi effetti negativi dipendono da un consumo di suolo superiore a quello ecologicamente e socialmente sostenibile; dalla scomparsa di aree verdi e agricole essenziali per respirare e per un’agricoltura sana; dalla deturpazione del paesaggio; da un sistema di trasporti caotico che insegue gli insediamenti senza mai raggiungerli; dall’inquinamento idrico per la mancanza di fognature; dal degrado sociale e umano di chi è costretto a vivere lontano dai servizi e dalle scuole, senza negozi, parchi, librerie, teatri e spazi pubblici. Costi elevati si calcolano anche nell’industria edile – da quelli legati al ciclo del cemento scavato nell’alveo dei fiumi agli incidenti sul lavoro nei cantieri privi di controlli.

Già verso la fine degli anni Ottanta la pianificazione urbanistica e territoriale cedeva il passo all’urbanistica contrattata e alla privatizzazione dell’urbanistica, che consegnava le trasformazioni del territorio alla proprietà immobiliare, con il consenso e anche il concorso della sinistra entrata nell’ottica del mercato, in particolare di alcune amministrazioni come il comune di Roma delle giunte Rutelli e Veltroni. Al cuore delle politiche di privatizzazione delle nostre città c’è la proposta presentata dall’onorevole Maurizio Lupi di riforma della legge urbanistica del 1942, che da anni il governo di destra cerca di far passare in parlamento. L’obiettivo della proposta è liquidare i piani regolatori e «convincere» le amministrazioni pubbliche a scendere a patti con la proprietà fondiaria, i cui esponenti sono equiparati allo Stato.


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permalink | inviato da xpress il 7/5/2011 alle 20:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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