.
Annunci online

blog di Valter Carraro Gasparin
POLITICA
21 aprile 2014
DOMANDE E RISPOSTE SULL’EUROPA - PD BRUXELLES

Cosa fa l’Europa per noi? Come sta lavorando per uscire dalla crisi e per rafforzare i nostri diritti? Domande e risposte su alcuni dei temi più importanti dell’azione europea.

Costi e opportunità in Europa

- E’ vero che l’Italia conferisce molti soldi al bilancio europeo e riceve molto poco indietro? 

No. L’Italia è un “contribuente netto” del bilancio europeo ma è anche il secondo paese all’interno dell’Unione (siamo dietro solo alla Polonia) per quantità di risorse ricevute in stanziamenti, fondi e investimenti per la politica di coesione.

- Il bilancio europeo è un appesantimento ulteriore per le finanze statali e per l’economia nazionale? Faremmo meglio a tenere questi soldi per noi? 

No, il bilancio europeo prevede, per il 90% delle sue risorse, investimenti da ridistribuire agli Stati membri per finanziare quelle opere che da soli non potrebbero nemmeno immaginare. Non possiamo prescindere dagli investimenti per far ripartire la crescita: il bilancio europeo è l’unico strumento, al momento, che possa prevedere un piano di investimenti ingenti e di incentivi all’economia e ai territori. Gli Stati membri destinerebbero davvero la stessa parte di risorse in investimenti o la userebbero per risolvere problemi di piccolo cabotaggio ma magari utili per campagne elettorali?

- I fondi europei sono veramente degli strumenti utili alla crescita? 

Si! Sono strumenti indispensabili per lo sviluppo. Per fare esempi concreti, in soli 5 anni grazie ai fondi europei destinati ai progetti di formazione, i giovani quindicenni della regione Campania hanno accresciuto in modo sensibile, rispetto ai propri coetanei di 5 anni prima, le competenze e i risultati scolastici (dati ricavati dai rapporti del Ministero per l’Istruzione). Altro esempio: grazie al buon utilizzo dei fondi europei, la metropolitana di Napoli è oggi una delle metropolitane all’avanguardia in Europa. Ci sarebbe da chiedersi, hanno portato più risultati i soldi dell’Europa degli ultimi anni o decenni di Cassa del Mezzogiorno?

I fondi europei sono strumenti burocratici difficili da utilizzare e per questo li spendiamo poco? 

In alcune regioni e realtà territoriali andrebbero programmate una razionalizzazione e una gestione migliore nell’impiego di queste risorse, resta però il fatto che l’utilizzo dei fondi strutturali avviene in assoluta trasparenza. Dei fondi comunitari abbiamo piena tracciabilità, certamente lo stesso non avviene per l’impiego delle risorse nazionali e regionali, e non è certo una questione da poco.

Cosa fa l’Europa per ridurre gli sprechi? 

L’Europa la propria spending review ha già iniziato a farla (quasi 6 miliardi di euro risparmiati nei prossimi 6 anni per l’amministrazione e altri tagli e riduzioni di inefficienze decisi negli ultimi due anni), ma deve continuare, ad esempio eliminando la spesa inutile per la doppia sede del Parlamento Europeo di Strasburgo (che però può avvenire solo con l’accordo della Francia). Sul tema degli sprechi, l”Europa è anche uno stimolo per il nostro Paese a fare passi avanti nella lotta alla corruzione: il totale dei costi diretti della corruzione in Italia ammonta a circa 60 miliardi di euro ogni anno, pari al 4% del PIL italiano. Su questo, l’Italia deve diventare più europea e le sarà richiesto di introdurre nei prossimi mesi misure più stringenti, anche in ambito regionale e locale.

Cittadinanza

- L’Europa è una realtà lontana, chiusa nella sua torre d’avorio e i cittadini non hanno possibilità di influenzarne le politiche? 

Non è vero. Ogni cittadino europeo può scrivere alla Commissione europea, che è obbligata a rispondere entro quindici giorni, basta mandare una mail al commissario responsabile o utilizzare il sistema Europa Direct. I cittadini europei possono presentare una petizione al Parlamento Europeo e, da pochi mesi, proporre leggi europee di iniziativa popolare (iniziative di cittadinanza). Il modo più diretto di influenzare la politica europea resta ovviamente quello di andare a votare alle elezioni del 25 maggio: sulla base dei risultati, infatti, verrà indicato il Presidente della Commissione Europea che guiderà l’esecutivo comunitario per i prossimi cinque anni. E soprattutto, il Parlamento Europeo è ormai coinvolto a pieno titolo nella procedura legislativa, ogni singolo voto può quindi fare la differenza nell’adozione di direttive e regolamenti che avranno un impatto decisivo sulla nostra vita quotidiana, oltre che nelle decisioni fondamentali sull’utilizzo dei fondi comunitari.

Sono un cittadino europeo, cosa significa in pratica?

Essere un cittadino europeo apre a ciascuno di noi l’accesso a diritti fondamentali di cui spesso non ci rendiamo conto, primo tra tutti il diritto a circolare liberamente in Europa senza frontiere e stabilirci in un altro paese. La cittadinanza europea ci dà diritto all’elettorato attivo e passivo, non solo per le elezioni europee, ma anche per le elezioni amministrative nel caso in cui ci trasferissimo a vivere in un altro Paese. Inoltre abbiamo diritto alla rappresentanza consolare quando viaggiamo all’estero, a proporre petizioni al Parlamento europeo e a chiedere l’intervento del mediatore europeo. A questi diritti fondamentali si aggiungono importanti diritti sociali in tema di accesso alla sanità, al mercato del lavoro, o alla pensione qualora ci trasferissimo a vivere in un altro paese, o ci trovassimo in difficoltà mentre siamo in viaggio in Europa. Questi diritti, inimmaginabili per i nostri genitori, sono oggi parte della nostra quotidianità.

Economia

Come far ripartire subito l’economia? L’Europa è davvero così impotente? 

La crescita europea è stata inferiore negli ultimi anni rispetto ad altre aree del mondo anche perché la Banca Centrale Europea (BCE), a differenza delle altre banche centrali, non è una banca prestatrice di ultima istanza ed ha come unico obiettivo quello di tenere i prezzi bassi. Eppure anche senza cambiare i Trattati Europei la BCE può fare di più. Può ad esempio immettere miliardi di euro nell’economia reale comprando azioni e titoli di Stato in borsa (gli esperti lo chiamano “allentamento quantitativo”). Ma la BCE è prudente: aspetta prima il sostegno politico dell’Europa. Se il nuovo Parlamento si schierasse con forza a favore di queste misure, questo consentirebbe alla BCE di lanciare una grande operazione di immissione di denaro fresco per investimenti e crescita.

Dopo sei anni di crisi economica dobbiamo ancora avere fiducia nell’euro?

L’ingresso dell’Italia nell’euro ha portato stabilità e più vantaggi per le famiglie, abbassando i rendimenti sui titoli di Stato e riducendo i costi nelle transazioni internazionali. Fin dai primi anni della sua nascita l’euro si è imposto come una delle principali monete mondiali, arrivando persino ad insidiare il primato del dollaro. Tuttavia l’euro doveva essere solo il primo passo verso un’integrazione maggiore degli Stati europei in senso federale. Gli economisti della Commissione europea al tempo della creazione dell’euro avevano messo in guardia sui rischi di una moneta unica non supportata da un bilancio federale e da una Banca Centrale attiva per ridurre gli squilibri economici. La crisi ha fatto emergere con forza questi elementi di debolezza. Oggi è compito della politica completare le istituzioni e i meccanismo che faranno funzionare meglio l’euro e l’economia europea: questa è la posta in palio con il voto del 25 maggio.

– Perché l’Europa ci chiede di rispettare vincoli di bilancio sempre più stringenti, come il Fiscal Compact, mentre i cittadini chiedono lavoro e prospettive per il futuro?

Bisogna innanzitutto chiarire che l’Unione Europea non ci chiede nulla che non sia stato concordato in precedenza tra gli Stati Membri, come il Fiscal Compact firmato anche dal governo italiano. I vincoli di bilancio, quando si fa parte di un sistema economico integrato come quello europeo, sono importanti poiché garantiscono una forma di coordinamento e, per un Paese come l’Italia, sono un’assicurazione sul futuro, riducendo il peso del debito pubblico sulla nostra economia. Tuttavia questi vincoli, se astratti dal contesto dell’economia reale e se utilizzati come unico strumento di politica economica sono inadeguati a far fronte ai momenti di crisi. Accanto alle regole sul debito dobbiamo introdurre indicatori sociali di qualità della spesa (priorità a occupazione e investimenti), per adattare le risposte della politica economica europea alle esigenze della società. Gli indicatori di sviluppo e coesione sociale devono avere lo stesso peso di quelli sul deficit pubblico!

In Italia i cittadini hanno sempre più l’impressione che sia la sola Germania a dettare le regole della politica economica in Europa, è davvero così? 

Lo scoppio della crisi finanziaria ha scoperchiato un panorama economico di profondi squilibri tra i Paesi europei. La risposta dell’Europa è stata scoordinata, ovvero “ognun per sé”, senza strumenti comuni di solidarietà e riequilibrio. La Germania, il principale Paese creditore, si è trovata a giocare un ruolo di forza relativa rispetto ai Paesi debitori ed ha potuto avvantaggiarsi della debolezza e timidezza degli altri governi. Proprio nel momento in cui vi sarebbe stato maggiore bisogno di un intervento “federale” e coordinato per tamponare gli effetti della crisi, infatti, i governi e la Commissione continuavano a rifiutare di attuare le politiche necessarie a sostenere l’economia nei momenti di difficoltà.

Le questioni economiche europee sono complesse e distanti dalla vita dei cittadini, come possiamo rendere tutto più semplice e diretto? 

Spesso continuiamo a ragionare come se il governo nazionale avesse a disposizione tutti gli strumenti di politica economica. In realtà non è più così. Avendo messo in comune la politica monetaria e quindi anche la politica dei tassi di cambio e avendo sottoscritto accordi sui vincoli di bilancio, i principali “attrezzi” della macroeconomia sono ora gestiti a livello comunitario e non più nazionale. Per questo motivo, l’Unione europea dovrebbe essere vissuta come una vera e propria arena politica, dove portare precise rivendicazioni e condurre specifiche battaglie. Votare per il Parlamento europeo non è un optional ma un passaggio cruciale: dalla crisi ne usciremo solo se sarà l’Europa tutta a farlo, attraverso l’adozione di un più forte coordinamento, maggiore solidarietà, nuovi strumenti per gli investimenti.

Lavoro

- E’ vero che le riforme del lavoro, come quella della Ministra Fornero, ce le ha ordinate la Commissione Europea? 

No, la Commissione Europea non ha le competenze per “ordinare” ad un Paese di fare una riforma. La sovranità sulle politiche del lavoro e del welfare rimane agli Stati nazionali. La Commissione Europea può però fare pressioni politiche, “raccomandando” delle linee di azione sulla base delle migliori pratiche esistenti in Europa. In questi anni la Commissione non ha chiesto all’Italia di liberalizzare brutalmente il mercato del lavoro. Le ha raccomandato di eliminare la discriminazione tra il lavoro tipico e quello atipico, di tappare i buchi degli ammortizzatori sociali, di mettere insieme dei servizi funzionanti per l’impiego, di combattere le discriminazioni contro le donne nel lavoro. Nel 2010, il Parlamento Europeo ha anche mandato un ammonimento ufficiale all’Italia (una risoluzione) per spingerla a creare uno schema di reddito minimo, unico Paese in Europa ad esserne privo.

Com’è possibile evitare che Paesi come la Croazia o la Romania facciano concorrenza all’Italia puntando sui loro salari bassissimi? 

L’Europa non può intervenire direttamente per alzare i salari nei Paesi dell’Est. Ricordiamoci che questi Paesi hanno salari bassissimi perché hanno economie poco sviluppate e con ancora alti livelli di povertà. L’Europa può promuovere degli standard minimi comuni al di sotto dei quali nessun lavoratore possa essere impiegato. Già lo fa (parzialmente) con regole comuni su lavoro atipico, orario di lavoro, regole per lavoratori distaccati all’estero, diritto al mantenimento dei diritti previdenziali in tutta Europa. La sfida è alzare questi standard, proporre nuove regole comuni a livello europeo, perché anche gli standard sociali più bassi si alzino ai nostri livelli, così come i nostri livelli di protezione si devono alzare a quelli della Svezia o della Danimarca.

Cosa ha fatto l’Europa per combattere la disoccupazione dei giovani in Italia?

La Garanzia Giovani è al momento il programma più incisivo. Con questo strumento, sebbene le dotazioni finanziarie siano ancora da migliorare, l’Unione Europea ha fatto impegnare gli Stati a mettere in piedi servizi capaci di offrire ai giovani tra i 16 e i 29 anni una concreta opportunità di lavoro, formazione professionale, istruzione o stage entro 4 mesi. Grazie ai Fondi Europei, l’Italia riceverà €1.5 miliardi nei prossimi due anni per finanziare questi servizi, rivolti esclusivamente ai giovani. La Garanzia Giovani è una goccia nel mare, è vero. Da sola non basterà a risolvere i problemi di quasi 5 milioni di giovani italiani senza lavoro. Ma è uno stimolo potente a fornire quei servizi di assistenza e di reinserimento ai disoccupati che l’Italia non ha mai avuto. Ci sono tantissimi altri programmi concreti che sono poco conosciuti per disinformazione e perché hanno un budget risicato. Uno è molto noto ed è l’Erasmus. Esistono anche un Erasmus per Giovani Imprenditori, il Servizio Civile Europeo e altri strumenti di micro-finanziamento.

Quali iniziative potrebbe prendere l’Unione Europea per migliorare la protezione dei lavoratori?

Da tempo si discute di istituire un sussidio di disoccupazione europeo. L’Unione Europea finanzierebbe un primo sussidio per chi perde il lavoro della durata di alcuni mesi, a cui gli Stati potrebbero aggiungere ulteriore protezione. In questo modo, gli Stati con una situazione economica migliore offrirebbero solidarietà concreta ai lavoratori degli Stati che stanno peggio. Si parla anche di istituire un salario minimo europeo. L’Unione non ha però alcuna competenza per agire sui salari che sono responsabilità delle parti sociali e dei governi nazionali. La proposta più concreta è quella che l’Unione fissi una regola comune affinché il salario minimo nei singoli Stati non possa scendere al disotto di una determinata soglia nazionale, ad esempio che nessun lavoratore possa prendere meno del 60% del salario medio del proprio Paese. Infine, esiste già un diritto del lavoro europeo con delle regole uguali per tutti i lavoratori in qualsiasi Paese. Ad esempio, i lavoratori con i principali contratti atipici (a tempo determinato, parziale, gli interinali) devono avere pari trattamento con i lavoratori a tempo indeterminato e a tempo pieno; i licenziamenti collettivi non possono avvenire senza la consultazione dei sindacati e senza un piano sociale; l’orario di lavoro non può superare 40 ore settimanali. Nel futuro dobbiamo però estendere le tutele europee in altri ambiti, per esempio fare delle regole comuni sui licenziamenti individuali, regolare il falso lavoro autonomo, non permettere gli stage non pagati.

Immigrazione

- L’Italia è un paese di frontiera, cosa fa l’Europa per aiutarci a gestire i flussi migratori?

L’Italia è il secondo maggiore beneficiario dei fondi europei nel settore dell’immigrazione e dell’asilo e il maggiore beneficiario se si considera solamente il fondo per l’integrazione. Negli ultimi anni sono stati molto importanti i fondi dati all’Italia per rafforzare il proprio sistema di gestione dell’immigrazione e delle frontiere, 22 milioni sono stati stanziati solo lo scorso anno per far fronte alla tragedia di Lampedusa (il 50% dei fondi di emergenza disponibili a livello europeo in quel momento). Ma non si tratta solo di fondi, l’Italia riceve supporto costante da parte di due agenzie europee, Frontex e EASO che mettono a disposizione delle autorità italiane materiali e esperti di altri paesi. L’Europa non lascia sola l’Italia, ma la solidarietà europea può funzionare solo se le autorità nazionali si impegnano in un serio processo di riforma della gestione dei flussi migratori e dei richiedenti asilo.

Come può l’Europa intervenire per migliorare le condizioni nei centri di accoglienza per gli immigrati e la procedura per le domande di asilo?

Grazie all’Europa, in tutti gli stati membri esistono normative specifiche per la richiesta di asilo politico e per la gestione dei rimpatri. Senza queste normative, che uniformano le procedure e i diritti dei migranti, oggi l’Italia sarebbe probabilmente sprovvista di qualsiasi garanzia per i migranti che si trovano a vivere l’esperienza del CIE o che hanno depositato una richiesta di asilo. Gli eventi degli scorsi mesi testimoniano purtroppo che l’Italia è carente nell’applicazione della normativa e nel rispetto dei diritti garantiti ai migranti, per questa ragione la Commissione Europea ha avviato una procedura di infrazione contro l’Italia nel settore dell’asilo.

Il peso dei richiedenti asilo ricade interamente sulle spalle dei Paesi del Sud Europa?

Non è vero che la maggior parte dei richiedenti asilo arrivano in Italia, secondo i dati EUROSTAT l’Italia è solamente quinta nella graduatoria dei paesi che ricevono domande di asilo, con una percentuale proporzionale al proprio peso economico e demografico nell’Unione Europea. Il sistema europeo di gestione delle politiche di asilo inoltre è stato appena riformato rafforzando i diritti garantiti ai richiedenti asilo, in particolare stabilendo che se un migrante ha familiari in un altro paese europeo, quest’ultimo sia quello responsabile ad esaminare la sua richiesta, indipendentemente dal paese di ingresso nell’Unione.

L’Europa è stata troppo aperta con gli immigrati, dobbiamo proteggere i nostri posti di lavoro ed evitare che i nostri sistemi di sicurezza sociale siano abusati.

In primo luogo è importante differenziare tra comunitari ed extracomunitari. I primi sono portatori di diritti direttamente per l’appartenenza alla comune cittadinanza europea, mentre i secondi li acquisiscono sulla base dello status di cui godono (rifugiati, migranti di lungo periodo…). In ogni caso dobbiamo essere consapevoli che sono proprio gli immigrati che negli ultimi anni hanno contribuito in maniera fondamentale alla tenuta economica, sono loro spesso ad aprire le nuove aziende e ad aiutarci a combattere il calo demografico in atto in Europa che rende insostenibile il nostro sistema di welfare e pensionistico.

A cura del PD Bruxelles



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. lavoro europa economia ue pdnetwork

permalink | inviato da xpress il 21/4/2014 alle 16:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
15 marzo 2014
Renzi: “Conti in ordine per i nostri figli non perché ce lo chiedono i capi di Stato” | L'incontro con Hollande
“Non teniamo in ordine i conti per fare un favore ai capi di Stato e di governo, ma perché chi non lo ha fatto in passato ha sbagliato. E andremo in Europa a dire che non siamo li a farci dare i compiti. Lo dobbiamo ai nostri figli. E’ come se la nonna portasse i nipoti al ristorante e dicesse ‘ora lascio loro un bel conticino da pagare’. Se il 27 maggio non ci saranno gli 80 euro in busta paga, vuol dire che sono un buffone”.

Sono queste le parole del Presidente del Consiglio Matteo Renzi nel corso del programma ‘Porta a porta‘, parlando del fisco e di Europa e della promessa di far avere in busta paga agli italiani che prendono fino a 1500 euro al mese, per un totale di 1000 euro netti in più all’anno.

“Certo che i soldi ci sono, il punto è dove si mettono, sono anni che la politica allarga il suo raggio di azione e i cittadini pagano. Noi stiamo proponendo un’inversione: la politica stringe la cinghia e ne beneficiano i cittadini. Diamo un piccolo aiuto, ma è la prima volta che succede. Una misura assimilabile a questa fu quella di fatta da Prodi sul cuneo fiscale, ma finì male”, puntualizza il premier.

Renzi ha quindi sottolineato che “chi sostiene che i pensionati pagheranno la manovra, sbaglia. La cosa che stiamo cercando di fare sarà quella di rendere visibile in busta paga il bonus che arriva dalla manovra del Governo. Diranno ‘stai facendo un’operazione di marketing’. Sì, anche questo”, lasciando intendere che uno statista non dice solo vuote parole in politichese, ma osserva con attenzione anche i movimenti dei mercati internazionali.

Dopo aver toccato la questione del fisco, Renzi ha parlato anche riguardo il tema del rapporto dell’Italia con l’Europa. “Sono il premier di un Paese che comunica ufficialmente in tutte le sedi”, e Renzi ha annunciato che incontrerà a Parigi, il prossimo sabato, il Presidente della Repubblica Francese, François Hollande e lunedì 17 marzo sarà in visita a Berlino per il vertice intergovernativo italo-tedesco.

“Il capo del Governo rispetta gli impegni presi con l’Europa. Punto”. Così ha fermamente dichiarato il premier. “Noi dobbiamo rispettare tutti gli impegni con l’Europa, il 3% lo rispettiamo, ma l’Italia deve andare in Europa in modo autorevole. Noi diamo gli aiuti, non li riceviamo. Io credo che l’Europa abbia bisogno dell’Italia almeno quanto l’Italia abbia bisogno dell’Europa, ma se voglio provocare dico che è l’Italia ad aver più bisogno dell’Europa. E questa cosa qui me la disse la Merkel quando la incontrai nel luglio scorso”.

“L’Europa cambi”. E’ stato l’ultimatum lanciato da Matteo Renzi, anche nel corso di un convegno alla Camera dei deputati. “Le elezioni europee si giocheranno su una scommessa: dire che le riforme le facciamo noi, che sappiamo benissimo cosa fare. Poi non vi stupite se vi chiediamo di cambiare le regole del gioco. Il governo italiano rispetta tutti gli impegni che ha con l’Europa, ma il più grande impegno è cambiare per far tornare l’Europa vicina ai cittadini”.

E concludendo, Renzi ha ricordato, col riferimento ad Altiero Spinelli, quanto l'Italia abbia concorso alla fondazione dell'Europa: “Il governo italiano rispetta tutti gli impegni che ha con l’Europa che non è solo quello economico, ma vuole mantenere quel sogno degli Stati Uniti d’Europa di Altiero Spinelli che ha visto intere generazioni combattere per valori condivisi”.

Parigi, 15 marzo 2014 


Matteo Renzi e Francois Hollande in un momento del loro caloroso incontro. Da notare che nelle precedenti occasioni (con Monti e con Letta), il premier francese si era limitato al solo colloquio mentre al Presidente Renzi è stato consegnato un opuscolo di 12 pagine in cui si condividono le stesse priorità e la “totale convergenza di vedute” su temi internazionali quali gli avvenimenti in Ucraina ed anche le politiche da adottare in vista della prossima presidenza italiana dell’Ue il 1°luglio.

“Dobbiamo prendere un impegno politico con la ‘p’ maiuscola che è quello di dire ai nostri concittadini sfiduciati dalla crisi, che non credono più nell’Europa, che l’Ue resta il luogo della più grossa scommessa politica da fare. Avremo più euro in tasca solo se avremo più Europa nelle nostre istituzioni, più Europa ci sarà e più il ceto medio tornerà ad avere ricchezza”. 
“Possiamo, dobbiamo, cambiare l’Europa insieme: è la prima sfida che dobbiamo affrontare nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Dobbiamo fare del Mediterraneo un luogo di attrazione dell’Europa, il cuore dell’Europa” ha dichiarato Renzi dopo l’incontro, concludendo: "compito della nuova Europa è ridurre lo spread non economico-finanziario, ma tra cittadini ed istituzioni europee”. 

Hashtag: #lavoltabuona 

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. europa pd ue francia pdnetwork governo renzi

permalink | inviato da xpress il 15/3/2014 alle 20:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
28 febbraio 2014
Il Partito Democratico entra ufficialmente nel Partito Socialista Europeo
121 voti a favore su 125 presenti. E' questo il risultato alla conclusione della direzione nazionale Pd che così, con un'approvazione di assoluta maggioranza, segna ufficialmente l'adesione del Partito Democratico alla grande famiglia del PSE, il Partito Socialista Europeo. 

Il leader Matteo Renzi sottolinea che «il dibattito sull'Europa, per definizione è un dibattito che non finisce». «L'adesione al Pse è un punto di partenza non è un punto di arrivo, una parte di noi si è avvicinata ai Ds o ad altri partiti immaginando un luogo dove poter far politica continentale. Se questo è vero il nostro impegno è un punto di arrivo ma anche un punto di partenza». 

All'unico voto contrario, quello di Beppe Fioroni, ex Dc ed ex PPI che ribadisce l'indisponibilità a non morire socialdemocratico, Renzi replica ironicamente: «C'è tra di noi chi teme, non senza ragione, di morire democristiano, c'è poi chi non vuole morire socialista, io mi limiterei alla prima parte di questa affermazione, che è compresa da tutti i cittadini».

Alla mancanza di dibattito lamentata da Fioroni e dal deputato modenese Matteo Richetti (astenuto), risponde l'ex segretario Ds Piero Fassino: «è una discussione che va avanti da anni, ed andando avanti da anni non possiamo dire che la nostra è un'adesione sbrigativa».

Ed oggettivamente, leggendo le dichiarazioni sui principali quotidiani, c'è da chiedersi dov'erano Fioroni e Richetti negli anni scorsi, quando il dibattito per l'adesione al Pse ebbe dei toni davvero furenti, e non solo tra dirigenti. Ricordo che proprio la discussione su questa adesione costò la separazione tra coniugi in parecchie famiglie. Quale ne sia stata la ragione, eccesso di passione o assoluta convinzione nei propri ideali, sta di fatto che, con il segretario e premier Matteo Renzi, il Pd completa così una grande famiglia e questo viene sottolineato proprio dal Presidente del Pse, Serghei Stanishev: «Senza il Pd la nostra famiglia era incompleta».

Federica Mogherini, ministro degli esteri che ha aperto la direzione in questa importante occasione, storicizza concretamente dichiarando che l'adesione al Pse «sancisce il completamento di un discorso che viene da molto lontano» osservando che al Congresso Pse non avverrà solo il cambio del logo con la scritta "Socialisti e Democratici" ma anche l'elezione del tedesco Martin Schulz quale candidato alla presidenza della Commissione Europea: «Un atto importante. Avremo un candidato comune per dire che non esistono un'Italia e una Germania, ma un progetto comune da portare a Bruxelles».



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. europa pd pse ue pdnetwork

permalink | inviato da xpress il 28/2/2014 alle 17:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
11 novembre 2010
Il 16 ottobre diventa un movimento

Non si chiama più Finanziaria, ora è legge di stabilità. Non è più dettata dal singolo stato ma dall'Ue che a sua volta risponde agli ordini dei paesi forti, quelli che dettano le regole, riorganizzano i poteri e impongono ai paesi di serie B una politica forcaiola di tagli: a cultura, ricerca, scuola, ai diritti del lavoro. Il 15 dicembre i governi dei poveracci andranno in processione a Bruxelles con il cappello in mano ad affrontare l'esame: i tagli sono sufficienti? Sarà meglio, sennò giù sanzioni. Non c'è destra e sinistra che tengano. Figuriamoci quanto contano le differenze tra le due destre italiane, divise su tutto e unite nel sostenere, in forme e con linguaggi diversi, il ddl assassino della Gelmini e l'altrettanto assassino Collegato lavoro. Tutte e due queste destre (e non solo) vogliono il patto sociale perché hanno bisogno di rematori stupidi e obbedienti. Il problema non è liberarsi di Berlusconi, obiettivo sacrosanto, ma andare oltre il berlusconismo. Se a Londra gli studenti danno il giro ai piani del governo mettendo da parte le buone maniere, a casa nostra si preparano tempi duri per la politica «classista» dei tagli e si appronta un'agenda che dovrebbe preoccupare le due destre e interrogare l'antiberlusconismo politico pronto a una «battaglia comune» con la Confindustria.

Ieri a Bologna si è ri-unito il comitato «Uniti contro la crisi», quelli del 16 ottobre in piazza San Giovanni e del 17 alla Sapienza. 
Non stiamo parlando di un intergruppo operai-studenti in cui ci si scambia solidarietà reciproca, è un tentativo più ambizioso: costruire percorsi, ricerche e lotte comuni perché uno è il progetto da combattere, che al governo ci sia una destra o l'altra, o un comitato di salvezza nazionale, o che si torni alle urne senza un progetto alternativo a quello liberista dominante. L'obiettivo è che gli studenti, i movimenti per i beni comuni, i precari, i motori delle lotte sociali e ambientali non siano più, nel futuro immediato, ospiti della Fiom e che la Fiom non sia ospite all'assemblea degli studenti alla Sapienza, ma che ognuno nelle lotte si senta a casa sua perché obiettivi e percorsi sono costruiti insieme. Con la democrazia e l'autonomia dal quadro politico dato.

L'idea lanciata all'assemblea degli studenti il giorno dopo la manifestazione oceanica della Fiom era di rivedersi tutti a Roma l'11 dicembre perché questo movimento deve andare avanti, crescere, radicarsi. Ma che senso avrebbe, lo stesso giorno della manifestazione del Pd contro Berlusconi? Non ha senso contrapporsi né aderire, ne sono convinti tutti, non ha senso tirare per la giacchetta questo o quello, magari la Cgil recalcitrante sullo sciopero generale e impegnata a un tavolo sulla produttività che non promette nulla di buono. 

Dunque, l'appuntamento indetto da Uniti contro la crisi si anticipa e raddoppia: il 9 dicembre iniziative in tutti i territori e i luoghi simbolici, magari a Melfi e Pomigliano, meticciando storie, linguaggi, fabbriche, atenei, ambiente e beni comuni, i migranti di Brescia (a cui l'incontro di Bologna ha inviato un «presente») e i manifestanti di Terzigno. L'indomani, il 10 dicembre, tutti a Roma, magari non all'università ma in un luogo sociale comune insistono gli studenti. Il cammino prosegue nella preparazione di un seminario da tenersi a fine gennaio a Porto Marghera, preparato nei luoghi di lavoro, studio e ricerca più o meno precari. 

Buon lavoro per tutti, almeno un reddito di cittadinanza. E' giusto spiegare agli studenti che il collegato lavoro cade sulla loro testa e cancella diritti presenti e futuri, umilia, divide, tenta di trasformare il conflitto verticale in un conflitto orizzantale, in una guerra tra poveri. Agli operai metalmeccanici è più facile spiegare la strage in atto nella scuola. Forse un operaio di Pomigliano in cassa integrazione, con il futuro sequestrato da un imperatore che detta ordini e regole da Torino o Detroit, riuscirà mai a mandare il figlio all'università?

A Bologna si è discusso con passione tra studenti, ambientalisti, metalmeccanici, precari. Costruire un'agenda e lotte comuni tra linguaggi e pratiche diversi è opera, se non titanica, molto impegnativa. Molti dei presenti erano giovanissimi, altri avevano sulle spalle il G8 di Genova, la disobbedienza, la pratica dei centri sociali e qualcuno, pochi, le esperienze del secolo scorso, il 68-69, il risucchio della politichetta. Da generazioni diverse un comune convincimento parla di autonomia politica, non dalla politica ma dalle dinamiche e qualità di questa politica. Puntando sui contenuti: difendere una fabbrica senza pensare a una riconversione industriale ecologicamente e socialmente compatibile non fa fare molta strada, e viceversa. Lo sbocco? Lo sciopero generale chiesto dalla Fiom, che non può essere «una tantum» perché la crisi è lunga, la destabilizzazione fortissima, il fascino populista e autoritario mina società e relazioni sociali. Sciopero generale per cominciare, allargato, contaminato, includente. Con la lotta di studenti e precari che non si ferma, c'è il mostro approntato dalla Gelmini che incombe: primo appuntamento il 17, secondo il 25 davanti a Montecitorio. Con un occhio a Londra.

Loris Campetti - Il Manifesto

Uniti contro la crisi

per la difesa dei beni comuni


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. lavoro crisi ue fiom beni comuni

permalink | inviato da xpress il 11/11/2010 alle 20:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
TECNOLOGIE
23 novembre 2009
CAMBIO OBBLIGATORIO DI LAMPADE. LE FLUORESCENTI: UN PRIMO PASSO VERSO L'EFFICIENZA.
Srettamente correlato all'Habitat 'domestico', questo è l'articolo pubblicato da Casa Clima sul suo Magazine il mese scorso. Casa Clima - o Klima Haus, è la maggiore e più intransigente - nel senso ambientalistico - agenzia italiana, (di Bolzano) - nell'ambito dei progetti e delle costruzioni a bassa dispersione di energia.
La Passiv Hause.


Questa è la 'recensione' sulle lampada fluorescenti che dovranno sostituire le lampade ad incandescenza.

Da settembre è in vigore il divieto di commercializzazione della lampadina ad incandescenza da 100 Watt.
Il divieto riguarda le nuove forniture, mentre la lampadine giacenti nei magazzini possono essere ancora vendute. Nei prossimi anni l'Unione Europea amplierà questo divieto alla lampadina da 75 W - dal 1° settembre 2010 - le 60 W dal 2011 e le 40 e 25 Watt dal 1° settembre 2012. Le lampade a risparmio energetico che dovrebbero sostituirle generano ancora critiche e perplessità nei 'tecnici ambientalisti' che reputano i nuovi obblighi EU un esempio di eccellenza sì, ma solo per quanto riguarda il lobbismo alla luce, è il caso di dirlo, di numerose e discusse problematiche relative alla fluorescenti che generano un campo elettrico alternato con una pulsazione di bassa frequenza a 100 Hz - come i telefoni cordless a standard DECT.

Il professore Ottmar Edenhofer del Potsdam Institute for Climate Impact Research dice che "il divieto delle lampadine ad incandescenza è solo azionismo". Il ragionamento del professore contempla però, molto più del semplice cambio di lampadine. E' vero che una lampada ad incandescenza trasforma in luce solo il 5% dell'energia fornitagli, contro il 25% di luce fornita dalle lampade a fluorescenza. Il restante, in entrambi i casi, se ne va' in calore, con un'incidenza sui consumi energetici di casa variabile tra l'1 e il 4%.

Ma se il risparmio energetico e la tutela del clima fossero l'obiettivo principale servirebbe di più puntare alle potenzialità di risparmio energetico nel riscaldamento e nel raffrescamento della casa, che rappresentano dal 60% all'80% dei consumi complessivi. Ecco perchè il protocollo di CasaClima (KlimaHaus) è visto con entusiasmo dal Commissario Europeo per l'Energia, come esempio positivo per l'Europa.

-------------------------------------

In ogni caso il presente - e il futuro prossimo - sono le lampade a fluorescenza, più conosciute come 'a basso consumo' , anche se più esatto sarebbe dire 'a maggior rendimento'. Saranno queste ad entrare nelle nostre case, nonostante qualche problematica ambientale, in attesa dello sviluppo delle nuove tecnologie LED che ad oggi non sono ancora in grado di essere commercializzate, visti i costi ancora proibitivi.

N.B. L'articolo non lo dice ma, dal 2016, per volere dell'Unione Europea, dovranno essere messe fuori dal commercio anche la lampade alogene.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. ambiente energia tecnologia risparmio energetico UE

permalink | inviato da xpress il 23/11/2009 alle 19:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
sfoglia
marzo        luglio