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blog di Valter Carraro Gasparin
CULTURA
12 ottobre 2010
Deforestazione. Un milione di ettari di foresta pluviale convertiti in legno per fare carta.
Il colosso asiatico della carta, l'APP (Asian Pulp and Paper), gruppo Sinar Mas, ha smentito perfino sé stesso pur di non rinunciare all'avidità. Non convertendo in arboricoltura da carta alcuni ettari di bosco in Sumatra intasca una cifra enorme per le quote carbonio risparmiate. Con ciò ammette e addirittura quantifica, il danno ambientale che la conversione della foresta pluviale primaria in boschi di acacie produce, conversione che l’azienda porta avanti da anni dichiarandola una pratica a impatto ambientale 'quasi' nullo.

Lo scorso luglio una lettera sottoscritta da 40 associazioni ambientaliste e rimbalzata poi nella rete da
Wwf, Terra! e Greenpeace, richiedeva alle industrie della carta di non acquistare più dall’Asian Pulp & Paper. Tempo dopo Burger king, Kraft, Nestlè ed altre aziende hanno rescisso pubblicamente gli accordi per le forniture di olio di palma dal gruppo Sinar Mas a causa delle

fondate preoccupazioni su alcune delle pratiche di sostenibilità nella produzione di olio di palma e sul loro impatto sulla foresta pluviale”.

L’APP da anni sostituisce alla foresta pluviale primaria del Sumatra, scrigno ricchissimo di biodiversità  dalle migliaia di nicchie ecologiche e relazioni tra specie, le sole piantagioni monospecifiche di acacia dalla struttura estremamente semplificata e dal legname  tenero che meglio si prestano ad essere trattate a taglio raso e lavorate dall’industria della carta.

L’APP sostiene dal 2007 che le sue piantagioni  di acacia sono in grado di catturare la CO2 con efficienza quasi simile a quella della foresta primaria che vanno distruggendo, vantando l’impronta ambientale più bassa tra tutte le industrie della carta. Nel maggio del 2008 conferma questo dato con una dichiarazione aperta e, nello scorso settembre, arriva addirittura a commissionare alla ITS Global (Global Strategies international Trade) una verifica “autonoma” e “indipendente” che ovviamente riconferma che l’attività agroindustriale dell’azienda ha impatto prossimo allo zero.

Dopo tutti gli sforzi profusi per negare le sue responsabilità circa le immissioni di CO2 ed il cambiamento climatico, forse per troppa avidità, l’APP si tradisce oggi annunciando di aver stipulato un accordo con la Carbon Conservation (CC), un broker del carbonio con sede a Singapore, col quale si impegna a non convertire in piantagioni di acacia 15.000 ettari di foresta primaria situata nella penisola di Kampur in Sumatra per i prossimi 33 anni.

In cambio del servizio di sequestro del carbonio svolto l’APP riceverà un ricco risarcimento! E neppure ci si può consolare per la scongiurata immissione di CO2 nell’ambiente dovuto al rilascio dei 15.000 ettari di foresta primaria perché la Carbon Conservation rivenderà le quote CO2 “risparmiate” dall’APP a qualche altra azienda che dovrà risanare il suo bilancio di anidride carbonica. Sergio Baffoni di Terra! ci ricorda che la logica conduce a due ovvie deduzioni alternative:

se davvero le piantagioni di acacia sono a impatto quasi zero, allora i soldi intascati dall’ Asian Pulp & Paper per il servizio di sequestro del carbonio sono “rubati” oppure, com’è più probabile che sia, se quei soldi rappresentano il giusto compenso per la quota di carbonio in più che la foresta vergine è in grado di sottrarre all’atmosfera rispetto alle piantagioni di acacia l’APP sta ammettendo implicitamente di essere uno dei principali responsabili del cambiamento climatico.

Il gigante della carta è responsabile della conversione di 1 milione di ettari di preziosa foresta pluviale primaria, in arboricolture da carta, diminuendo l’efficienza nella cattura di carbonio di circa 300 tonnellate per ogni ettaro convertito, senza contare i danni, difficilmente quantificabili, arrecati al pianeta in termini di distruzione di quei templi della biodiversità che sono gli strati del canapy delle foreste vergini. L’orco della carta è responsabile della devastazione della foresta di Sumatra, e con essa dello sconvolgimento delle microeconomie dei popoli indigeni, della scomparsa di una quantità di habitat tra cui quelli dell’orango, della tigre  e dell’elefante che sono solo tre delle migliaia di specie minacciate o già estinte per l'abbandono di packaging ovvero rifiuti di imballaggi.

                               

                              Deforestazione a Sumatra

POLITICA
19 novembre 2009
Perchè la gestione dell'acqua deve rimanere pubblica.
A proposito di gestione dell'acqua, mercoledì 4 novembre in Senato è stato approvato un emendamento proposto dal PD, poi modificato e fatto proprio dal centrodestra.

Tale emendamento, inserito nella norma che per l'ennesima volta modifica la disciplina dei servizi pubblici locali, prevede che la proprietà del sistema idrico resti saldamente in mano pubblica ma che la gestione possa essere affidata in gara anche a privati.

Io ho votato contro tale emendamento perché rimango assolutamente convinto che nessun "pezzo" della filiera del ciclo idrico integrato debba in alcun modo essere affidato ad altri se non alla pubblica amministrazione, che ha il dovere giuridico e prima ancora etico di garantirne il buon funzionamento.

Non mancano i parametri per misurare la bontà della gestione pubblica in termini di efficacia ed efficienza. Tutti i soldi provenienti dalla tariffa pagata dai cittadini devono essere reinvestiti per realizzare impianti nuovi, rinnovare i vecchi e ridurre le perdite in rete. Non esiste che parte delle tariffe vada a creare lucro per società di gestione private non integrate nel sistema territoriale.

Ho condiviso che le nostre ASM abbiano creato una realtà provinciale per realizzare gli investimenti in campo idrico, sono però convinto che le stesse società possano continuare a fare quello che ben fanno da più di cento anni, cioè garantire anche l'erogazione dell'acqua al cliente finale.

Se le nostre aziende dovessero perdere questa gara inutile o forse dannosa, sarà una grave perdita per tutto il nostro territorio provinciale. Mi auguro che ciò non accada.

La nuova disciplina dei servizi pubblici locali e la discussione in corso alla Camera suggerirebbero  di sospendere l'iter della gara indetta. È possibile farlo.

C'è ancora tempo e modo, se c'è volontà politica,  per fermare un treno in corsa verso l'ignoto.

Sen. Daniele Bosone

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L'INTERVISTA a Pasquale Steduto - responsabile dell’unità di gestione Fao sullo sviluppo delle risorse idriche  e coordinatore di tutte le agenzie Onu sull’accesso all’acqua.

«Rischioso mettere le mani su un bene comune che è un diritto di tutti»

«Non capisco la fretta». Pasquale Steduto, responsabile dell’unità di gestione Fao sullo sviluppo delle risorse idriche e coordinatore di tutte le agenzie Onu sull’accesso all’acqua, non vuole entrare direttamente in polemica con il governo italiano sulla privatizzazione dell’acqua. Si limita a fare un invito alla «cautela», perché «privatizzare una risorsa così strategica, dietro la quale c’è un diritto fondamentale, può essere molto rischioso».

In che senso rischioso?

«Non dimentichiamo che ci sono forti attività lobbistiche di multinazionali che cercano di penetrare in nuovi mercati e che possono avere una sproporzione di forze rispetto ai governi. Poi è difficile sradicarle, riottenere il controllo. Non dico si debba escludere a priori una gestione privata ma le esperienze che stiamo monitorando
in tutto il mondo insegnano - dall’Uganda a Città del Messico, alla Bolivia fino agli ultimi sviluppi in Francia - che quando sono entrati i privati, i prezzi sono saliti molto, ci sono state reazioni delle comunità e i governi hanno dovuto fare marcia indietro. E non è facile».

Ma la gestione pubblica, si dice, spesso crea carrozzoni e sprechi.

«La disfunzionalità degli enti, con i suoi aspetti politici e partitici, non dipende dalla proprietà pubblica della risorsa. Ci può essere una corretta gestione anche in aziende pubbliche se motivate e messe in condizioni di essere efficienti. Il problema è la discrezionalità. Se il privato può considerare l’acqua come una merce uguale alle altre e può stabilirne il prezzo, perseguirà il massimo profitto. Cosa succede a chi non paga? Adesso in Italia non si può staccare il servizio ma poi?
L’azienda più vende più guadagna e ciò è controproducente rispetto agli obiettivi di non sprecare una risorsa limitata che deve essere risparmiata, garantendone contemporaneamente l’accesso a tutti, come ricorda il 7° obiettivo del Millennio per l’umanità».

Ci devono essere delle regole.

«A volte anche quando ci sono regole e i privati non stabiliscono i prezzi, l’azienda privata può abbassare il costo del servizio e quindi scade la qualità. È un settore vulnerabile in termini di governance».

Esempi positivi?


«Il modello svedese, dove esiste una sola municipalità con un service provider privato, ma tutte le aziende sono efficienti. La legge prescrive persino che dall’acqua in ogni caso non si possa trarre alcun profitto. L’acqua è un bene non una merce. Tanto che nei documenti Fao non si cita mai il prezzo dell’acqua ma sempre il costo o la tariffa, la tassa. Non è essenziale solo per bere e per l’igiene. L’acqua serve anche per produrre cibo: per ogni caloria che mangiamo serve un litro d’acqua»

ECONOMIA
4 luglio 2008
I biocarburanti sono responsabili della crisi alimentare. Un rapporto non pubblicato negli USA per non creare tensioni
I biocarburanti hanno fatto salire i prezzi del cibo per il 75 per cento, molto di più del 3 per cento citato dalla Casa Bianca. Questa la conclusione di un rapporto confidenziale della Banca mondiale ottenuto dal Guardian, che non è stato pubblicato per non creare
tensioni con Washington.
E non basta, il quotidiano francese  , scrive in modo inequivocabile: 
      l'Unione Europea fa marcia indietro sui biocarburanti.

     IN INGLESE      Il rapporto dal quotidiano inglese  Guardian  ==>>



                                 Le Monde    
     IN FRANCESE      L'Union européenne fait marche arrière sur les biocarburants


Articoli correlati - Robert Bailey  Time to put the brakes on biofuels >


E' tempo di mettere un freno ai biocarburanti scrive Robert Bailey, consulente di Oxfam International, organizzazione non governativa che lavora per sdradicare la fame e la povertà dal mondo.

 
      Sito in Castillano                        Contro la fame e la povertà nel mondo  
                                                     Vai al sito Oxfam ==>>
                               

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