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blog di Valter Carraro Gasparin
ECONOMIA
8 novembre 2011
G20: dentro i cittadini, fuori i poteri forti | Aderisci all’appello Avaaz.org

Il G20, il vertice governativo più importante al mondo, si è riunito per discutere della crisi economica mondiale. Nello scandalo e nella disinformazione sono passati gli sponsor. Chi sono? Le banche e le multinazionali!

Non c'è da sorprendersi se Cannes, la città  che ha ospitato  il vertice, è stata chiusa come un fortino e mentre i normali cittadini non potevano accedervi, gli amministratori delegati di banche e multinazionali avevano libero accesso per dire ai governi quello che devono e dovranno fare.

Le multinazionali e le banche hanno preso in ostaggio i nostri governi, ottenendo diversi fondi di salvataggio nonostante abbiano contribuito alla creazione della crisi. Ora hanno conquistato le chiavi d'accesso all'incontro che potrebbe decidere il futuro finanziario del pianeta. Insieme possiamo convincere il padrone di casa Nicolas Sarkozy, a cancellare la sponsorizzazione: sottoscriviamo un appello pubblico enorme, in grado di sollevare un polverone mediatico che costringa Sarkozy a buttare fuori le multinazionali sponsor e a ripulire il G20. Firma e inoltra la petizione che sta raggiungendo quota 500mila firme:


http://www.avaaz.org/it/occupy_g20/?vl


La linea di confine fra le multinazionali e i governi si è sbiadita sempre di più, mettendo in pericolo le nostre democrazie e la nostra economia. L'Italia è di fatto commissariata, lo dicono analisti e politogi vicini alle posizioni di BCE e  FMI.  I politici continuano a ricevere dalle aziende finanziamenti per le loro campagne elettorali; una volta eletti implementano politiche che tutelano i loro interessi e poi ricevono, sempre dalle aziende, incarichi strapagati una volta terminato il mandato. C'è una sola parola per descrivere tutto questo: corruzione.

Société Générale, una banca francese salvata dal fallimento grazie ai soldi dei contribuenti e che cela numerosi interessi nei confronti della politica fiscale europea, ha ufficialmente sponsorizzato il vertice. Fonti sicure hanno riferito ad Avaaz che questa banca ed altre 20 multinazionali, hanno pagato grandi somme di denaro per essere sponsor dell'incontro e sedere al tavolo con i  governanti.

L'unico modo per ottenere politiche che proteggano il lavoro, che attacchino gli speculatori e che garantiscano un futuro più equo a tutti noi, è allontanare le lobby e gli interessi delle grandi aziende dai nostri leader. Diciamo a Nicolas Sarkozy e agli altri leader che il loro futuro dipende dalla loro bravura nello scaricare gli sponsor  e dal liberare i governi dalla morsa delle grandi aziende. Firma la petizione, inoltrala a tutti, raccogliamo più adesioni possibili, quota 500mila è vicina:

 

http://www.avaaz.org/it/occupy_g20/?vl

 

La crisi economica mondiale è il risultato di gran parte dall'attività  di banche spericolate prive di un quadro regolatore imposto dai governi, visto il controllo che le banche esercitano sui nostri governi. Questi sono ostaggio da parte dei poteri forti ed uno dei pericoli più grandi che fronteggiamo oggi, sulla democrazia e su un'economia efficiente ed equa. In tutto il mondo i cittadini sono scesi in piazza per riprendersi la democrazia. Anche su quanto succede al G20, prima, durante e dopo, dobbiamo vigilare.

 

FONTI

 

B20, Cannes fa business (Lettera43)

http://www.lettera43.it/economia/aziende/30302/b20-cannes-fa-business.htm

 

Il vertice parallelo del Business 20 al G20

http://www.b20businesssummit.com/guests/business-organizations


Lista degli sponsor del G20 a Cannes

http://www.g20-g8.com/g8-g20/g20/english/the-2011-summit/partnerships/partnerships.69.html

 

I leader delle multinazionali fanno pressione sul G20 (Financial Times) - in inglese

http://www.ft.com/cms/s/0/21ccfea6-02e6-11e1-899a-00144feabdc0.html#axzz1cMLOw7GP

 

Société Générale prende 12 miliardi di dollari dal salvataggio di AIG (Panorama)

http://blog.panorama.it/economia/2009/03/17/il-grido-di-obama-contro-lo-scandalo-dei-bonus-ai-dirigenti-aig/

 

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Con determinazione, un saluto da

Alex, Maria Paz, Emma, Ricken, Morgan, Wissam e tutto il team di Avaaz



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POLITICA
29 ottobre 2011
Città e territori come beni comuni. Nove proposte per salvare il Belpaese.
Dopo Tangentopoli la legislazione urbanistica è stata smantellata. Le metropoli sono diventate terreno di conquista degli speculatori. Fiumi di cemento hanno inondato i nostri territori. Ripristinare la legalità, bloccare le espansioni urbane, riqualificare le periferie, recuperare il costruito abbandonato: ecco tutto ciò che andrebbe fatto per fermare il saccheggio del territorio e delle città.

Regole e legalità cancellate

Il 1993 segna lo spartiacque per comprendere cosa è avvenuto nel territorio e nelle città. Tangentopoli aveva mostrato lo stretto intreccio tra l’urbanistica e la corruzione: a Roma e Milano, solo per fermarci alle due maggiori città, le regole venivano sistematicamente cambiate dalla politica collusa con la proprietà fondiaria e con l’affarismo.
Nulla di nuovo. Una storia iniziata nell’immediato dopoguerra: la Roma dominata dalla Società generale immobiliare, la Napoli dei tempi di Lauro, lo scandalo di Agrigento, il sacco di Palermo avevano dimostrato l’arretratezza del sistema economico che dominava le città. È stata la speculazione parassitaria a imporre il proprio dominio: dappertutto erano sorte periferie sfigurate e incivili.
Eppure in quel periodo il legislatore aveva risposto agli scandali con una serie di riforme che avevano collocato l’Italia nel panorama dei paesi virtuosi. Regole e strumenti pubblici chiari e efficaci: la legge sull’edilizia pubblica del 1962, la legge ponte del 1967, la Bucalossi del 1977, la Galasso del 1985, la legge sulle aree protette del 1991. Era stato mancato l’obiettivo di scindere in maniera definitiva il diritto di proprietà dal diritto di edificare analogamente agli altri paesi europei poiché il tentativo di riforma di Fiorentino-Sullo fallì nel 1963 per la violentissima reazione del blocco immobiliare. Ciononostante, la risposta agli scempi urbanistici portò a una profonda evoluzione della legislazione.

La risposta allo scandalo di Tangentopoli è stata di segno opposto: la legislazione urbanistica è stata infatti smantellata. La cultura delle regole viene sostituita dalla prassi della deroga. I piani regolatori, e cioè il quadro coerente dello sviluppo delle città, vengono sostituiti dall’urbanistica contrattata: volta per volta si decide la dimensione e i caratteri degli interventi urbani, al riparo di qualsiasi trasparenza. Conseguenza inevitabile, se si pensa che le elezioni politiche del 1994 portarono alla vittoria Silvio Berlusconi che all’interno del suo programma aveva promesso «padroni a casa propria» slogan che dà il via alla serie di leggi – mai contrastate negli anni dei governi di centro-sinistra – che avrebbero messo in crisi il governo pubblico del territorio.

Quando scompaiono le regole trionfa l’illegalità. Questo è avvenuto in molti casi, dall’attacco continuo alla magistratura al falso in bilancio alle prescrizioni facili. Ma è nelle città che il malaffare ha trionfato. Quanto emerge dall’inchiesta della magistratura su Sesto San Giovanni ne è la più chiara dimostrazione. I colloqui tra i protagonisti vertono sull’esigenza di variare le volumetrie da realizzare nell’area ex Falk da un milione a un milione e mezzo di metri cubi. Senza alcuna procedura di evidenza pubblica si regalano alla proprietà fondiaria 500 mila metri cubi: un arricchimento in termini economici di oltre 200 milioni di euro. Ammettiamo pure per assurdo che non ci sia stata alcuna tangente: il fatto grave è che attraverso l’urbanistica contrattata si alterano le regole di mercato. Altri operatori che sulla base delle scelte urbanistiche avevano deciso di investire in differenti aree vengono danneggiati e se non vogliono soccombere hanno un’unica strada: venire a patti con la politica e iniziare la contrattazione urbanistica.

Questa patologia spiega il motivo per il quale non c’è nessun operatore edilizio di altri paesi europei che investa sul mercato italiano: chi è abituato al rispetto delle regole non può avventurarsi in un far west dominato da taglieggiatori, speculatori e amministratori pubblici infedeli. Del resto, siamo il paese dei tre condoni edilizi, una vergogna sconosciuta negli altri paesi.

Le periferie più grandi e desolate d’Europa

Dopo circa vent’anni dalla sua affermazione è venuto il momento di tentare un bilancio degli effetti sulle città e sul territorio dell’urbanistica contrattata. Esso deve partire da una constatazione statistica: nel quindicennio che va dalla ripresa del mercato delle costruzioni (1995) ad oggi, un fiume di cemento e asfalto si è riversato sul paese. L’Istat ha certificato (2009) la costruzione di oltre 3 miliardi di metri cubi di cemento, una produzione edilizia imponente, molto simile per dimensioni a quella realizzata negli anni Cinquanta-Settanta quando l’Italia era investita da grandi flussi demografici e da indici di crescita economica a due cifre. La cancellazione delle regole urbane ha dunque giovato al mondo della proprietà fondiaria e delle costruzioni. Ha giovato anche alla qualità delle nostre città?

La risposta è inequivocabile. Le periferie – che rappresentano la parte preponderante delle nostre città – sono in assoluto, con alcune lodevoli eccezioni, le più brutte, disordinate e invivibili dell’intera Europa. Lo sono per le carenze dei sistemi di trasporto, per la qualità dei servizi pubblici e degli stessi edifici. I luoghi scelti per realizzare le nuove periferie hanno anche contraddetto la regola usuale della città liberale, quella cioè di espandersi in adiacenza ai precedenti tessuti, mantenendo la città compatta e minori i costi di funzionamento urbano. In ogni parte del territorio agricolo sono nati centri commerciali, nuclei abitati, residence, cittadelle del consumo: lo sprawl urbano è la caratteristica più evidente del ventennio liberista. Le città italiane nel ventennio dell’urbanistica contrattata sono diventate più estese, più disordinate, socialmente più ingiuste. La speculazione immobiliare ha fatto enormi affari. Gli altri sono stati costretti a spostarsi nelle sempre più lontane e squallide periferie.

Una gigantesca periferia senza struttura e senza relazioni: abbiamo il più basso livello di infrastrutture su ferro, il più alto numero di automobili ad abitante, con il più elevato livello di superficie urbanizzata a parità di popolazione, un consumo di suolo senza uguali nei paesi ad economia forte. Un’immensa «non città», anonima e disordinata. Una frammentazione che genera consumi energetici insostenibili, disfunzioni economiche e scarsa qualità della vita.

Verso il default urbano

Raccogliamo dunque gli effetti di processi giustificati dall’ideologia di uno «sviluppo» che oltre a lasciare macerie urbane ha anche vuotato le casse delle amministrazioni pubbliche. Paradigma di quanto è avvenuto nelle città italiane è il caso di Parma. Una città ricca, con una parte antica meravigliosa e una periferia storica bella, è stata saccheggiata dietro lo schermo dello sviluppo. Oggi Parma ha un deficit di bilancio che pesa sulle spalle delle future generazioni per 600 milioni di euro.
Del resto, la stagione delle «grandi opere» è servita soltanto al saccheggio. Dietro i concetti dell’ammodernamento del paese sono state avviate opere dannose e inutili: dal Mose al ponte di Messina; dal corridoio della Val di Susa alle emergenze della Protezione civile, è stata messa a punto una macchina perfetta che ha favorito soltanto le cricche del malaffare e dilapidato risorse pubbliche. Del resto, per collocare in un panorama più vasto le dinamiche italiane, non si deve dimenticare quanto è avvenuto in Grecia. Anche lì l’ideologia liberista ha imposto a tutti i costi lo svolgimento dei Giochi olimpici nel 2004: il deficit di bilancio accumulato per la folle sfida è stato di 20 miliardi di euro dilapidati in cattedrali nel deserto, poco meno di un decimo del debito che sta collassando quella nazione.

Se si mettono queste caratteristiche del territorio in relazione con la crisi economica e finanziaria che sta colpendo sempre più intensamente il paese e che provocherà un’inevitabile diminuzione delle capacità di spesa delle amministrazioni pubbliche, gli interrogativi sul futuro delle nostre città si fanno allarmanti. Non avremo risorse per portare i servizi nel territorio diffuso e – ciò che in prospettiva è più importante – non potremo competere con i livelli di efficienza delle città europee, con la qualità dei servizi erogati ai cittadini, con la loro capacità di fare rete – e richiamare investimenti privati – proprio in virtù dell’alto livello di funzionalità.

Viaggiamo verso una prospettiva insostenibile. Nella crisi globale una struttura forte del territorio è un potente fattore di traino di nuove attività: territori a bassa densità non sono invece in grado di competere con i livelli di concentrazione di servizio esistenti nelle città del mondo. La Comunità europea prevede che nel 2020 l’80 per cento della popolazione degli Stati membri vivrà in ambiente urbano. La sfida per la ripresa economica passa dunque per le città e l’Italia è la cenerentola rispetto ai paesi, che anche in questi anni di liberismo non hanno abbandonato la cultura del governo delle città.

Abbiamo minato le stesse basi per una nuova fase di sviluppo e per tentare di colmare la distanza dobbiamo essere in grado di rendere concrete due condizioni: bloccare per sempre le espansioni urbane perché è un costo che non possiamo permetterci più e investire risorse pubbliche per migliorare le città. Assistiamo purtroppo a una rincorsa bipartisan a espandere ancora le città e a impoverirle cancellando il welfare urbano, i trasporti,fino a ipotizzare di svendere i monumenti.

È come se una banda di malfattori si fosse impadronita del paese. Continua infatti l’assalto alle coste marine ancora integre. Dalla Sardegna alla Sicilia l’unico motore di sviluppo è il cemento. Assistiamo poi a un altro assalto all’integrità dei luoghi condotto mediante nuovi mostri giuridici come i «piani casa» (nel Lazio si deroga perfino per le aree ricomprese nei parchi) o le «zone a burocrazia zero» volute dal ministro Tremonti con le quali si possono superare anche i vincoli paesaggistici che hanno rilevanza costituzionale sulla scorta dell’articolo 9. Salvatore Settis ha lanciato l’allarme sul rischio della definitiva cancellazione dei paesaggi storici italiani.

Se a questo si aggiunge ancora che – deroghe a parte – i vigenti piani regolatori prevedono espansioni illimitate (solo i recenti piani di Roma e Milano prevedono un incremento di 120 milioni di metri cubi di cemento, e cioè un milione di nuovi abitanti in due città che perdono popolazione da circa trenta anni!) c’è davvero da preoccuparsi. Occorre interrompere questa folle corsa alla distruzione del paese.

Le città e il territorio sono beni comuni

Solo in base a nuovi princìpi giuridici si potrà fermare il saccheggio del territorio e delle città. È necessario un nuovo paradigma e, se finora lo sviluppo delle città e del territorio ha favorito la speculazione immobiliare e il mondo delle imprese colluse con la politica, è venuto il momento di riportare i destini delle città e del territorio nelle mani delle popolazioni insediate. Occorre affermare che il territorio, le città e le risorse naturali che consentono la vita insediativa sono beni comuni non negoziabili. Le istituzioni pubbliche, attraverso le forme della partecipazione attiva della popolazione, ne sono i custodi e i garanti nel quadro delle specifiche competenze. È questo il pilastro su cui deve essere rifondato il governo del territorio. I beni comuni non possono essere trasformati in funzione dell’esclusivo tornaconto dei proprietari degli immobili ma ogni mutamento deve essere deciso dalle amministrazioni pubbliche attraverso forme di partecipazione delle comunità insediate, specie in questo periodo di scarse risorse economiche.

Il principio generale si completa con due corollari. In primo luogo occorre conoscere quanto è avvenuto. Finora non ci sono dati ufficiali su quante abitazioni sono state costruite e quante sono invendute, quante aree industriali sono dismesse, quante aree urbane sono prive delle più elementari opere di urbanizzazione. Per completare il quadro conoscitivo è necessario applicare un anno di moratoria edilizia in cui sono consentiti soltanto gli interventi in corso, quelli di recupero e ristrutturazione di edifici esistenti ma è preclusa ogni urbanizzazione di terreni agricoli. Una sorta di simmetria con l’anno di sospensione dell’entrata in vigore della «legge ponte» che la proprietà immobiliare impose e che servì per compiere alcuni dei più gravi misfatti che deturpano ancora oggi il territorio.

Il secondo corollario riguarda il fatto che su ogni opera di rilevanza territoriale, da un nuovo centro commerciale a una grande opera, è la popolazione insediata che deve esprimersi attraverso le mature forme di partecipazione, e cioè i referendum confermativi. Visto che le regole sono state infrante, occorre ricostruirle a partire da un nuovo protagonismo: quello dei custodi del bene comune, i cittadini.
Insieme al nuovo principio su cui deve rifondarsi il governo del territorio e delle città, è poi urgente definire le principali linee di azione da intraprendere per una nuova forma di governo. Lo faremo individuando nove fondamentali provvedimenti.

Le politiche individuate hanno bisogno di investimenti pubblici. Una prassi normale nella storia delle città: esse sono infatti luoghi pubblici per eccellenza e la loro evoluzione è stata sempre alimentata dalla lungimiranza di coloro che la governavano. Oggi non si investe più perché «non ci sono più soldi». Una menzogna vergognosa. Non passa giorno in cui non apprendiamo scandali e ruberie compiuti ai danni del territorio e dell’ambiente. È purtroppo vero che le risorse pubbliche vengono spese per opere inutili, per alimentare un sistema di potere che sfugge ormai al controllo democratico. La spesa pubblica per i provvedimenti contenuti in questo elenco serve per favorire la ricerca tecnologica e nuove produzioni, per rendere le città più vivibili. È un investimento per il futuro del paese e delle giovani generazioni.

1. Chiudere la fase dell’espansione urbana. È preminente interesse pubblico bloccare la corsa all’ulteriore espansione delle città e ridurre a zero il consumo di suolo ai fini insediativi e il mantenimento della parte naturale che è il luogo della biodiversità. Alcune normative regionali hanno già stabilito che nuovi impegni di suolo a fini insediativi e infrastrutturali devono essere consentiti esclusivamente qualora non sussistano alternative di riuso e riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti. La norma di principio valida su tutto il territorio nazionale potrebbe affermare ad esempio che «la realizzazione di nuovi insediamenti di tipo urbano o ampliamenti di quelli esistenti, ovvero nuovi elementi infrastrutturali, nonché attrezzature puntuali può essere definita ammissibile soltanto ove non sussistano alternative di riuso e di riorganizzazione degli insediamenti, delle infrastrutture o delle attrezzature esistenti».

L’esperienza ci insegna però che una simile norma non ha da sola la forza per fermare l’espansione urbana. Sono troppe le deroghe che consentono il nascere di nuovi insediamenti. L’efficacia della norma può essere resa stringente recuperando una proposta che da tempo Italia Nostra propugna, quella di inserire le aree agricole all’interno delle categorie dei beni tutelati ai fini paesaggistici dalla legge Galasso. Si dovrà dunque aggiungere al codice dei Beni culturali e paesaggistici (decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42) un comma che afferma: «Il territorio agricolo è vincolato come bene paesaggistico» in modo che sia conseguentemente sottoposto alla tutela dei piani paesaggistici.
Un piccolo e combattivo nucleo di sindaci ha dato vita al movimento «Stop al consumo di suolo», dimostrando che sono i cittadini a chiedere che le città non crescano più: si tratta di estendere all’intero
paese ciò che è già in movimento.

2. Il territorio del lavoro. I suoli agricoli sottratti alla monocultura del mattone e dell’asfalto possono fornire una prospettiva produttiva. Ai fini di una lungimirante gestione del territorio nazionale, infatti, si deve recuperare un uso agricolo consapevole, puntare sulla qualità del prodotto, sulla riconversione biologica, sulla filiera corta. Un tema decisivo per il futuro economico del paese, una prospettiva che comporta la possibilità di integrazioni di reddito, la riscoperta delle radici culturali e della qualità del cibo. L’avvio di nuove politiche sarebbe di grande importanza perché i territori collinari e montani si stanno spopolando sempre più velocemente, con gravi rischi sulla stessa stabilità geologica dei versanti.
Compito delle autorità pubbliche è riattivare il tessuto sociale dell’Italia «marginale». Un solo esempio: i terreni abbandonati costano poco sul mercato immobiliare e le amministrazioni pubbliche potrebbero dunque inserirsi come operatori attivi e acquisire estese porzioni di territori da affidare poi alle comunità locali. Non sarebbe questa una spesa pubblica «classica», improduttiva. È al contrario un modo intelligente di investire sul futuro del paese, utilizzando ad esempio le risorse liberate attraverso la vendita delle proprietà pubbliche non indispensabili.

3. Pareggio di bilancio dei conti pubblici a carico della rendita parassitaria. Il blocco delle espansioni urbane porterebbe un consistente riequilibrio dei bilanci pubblici. Si spendono ingenti risorse per inseguire e raggiungere tutti i frammenti delle espansioni urbane nati recentemente. A carico della collettività resta infatti il pesante compito di realizzare le strade e le infrastrutture energetiche, di garantire i servizi pubblici, i trasporti e la quotidiana gestione dei quartieri. Questi oneri sono ormai insostenibili poiché la crisi economica ha ridotto le capacità di spesa delle amministrazioni. Si deve dunque stabilire il principio che ogni attività di trasformazione urbanistica presuppone l’esistenza o la preliminare realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria, secondaria e generale, a iniziare dalle reti di trasporto su ferro. A carico del privato vanno anche tutte le spese di mantenimento e di gestione dei nuovi insediamenti: è ora di chiudere il rubinetto che prosciuga le casse dello Stato.

In questo modo si possono cancellare le folli previsioni dei piani regolatori comunali. Se vogliamo davvero cambiare le città non possiamo consentire che si costruisca in luoghi privi di sistemi di trasporto non inquinante. I cittadini hanno il diritto, come in ogni altro paese europeo, di vivere in modo civile e non essere costretti a passare molte ore al giorno in spostamenti in automobile. È ora che gli attori edilizi si facciano carico della realizzazione delle infrastrutture, interrompendo il comodo gioco di scaricarne i costi sulle amministrazioni pubbliche che non sono più in grado di farsene carico.
Stesso ragionamento vale nel campo dell’erogazione dei pubblici servizi dove si sperpera un altro fiume di risorse economiche attraverso un impressionante numero di società di scopo. In nome dell’ideologia della presunta «efficienza», ad esempio, a Parma sono state create 34 società partecipate per gestire compiti ordinari come erogare l’acqua. Anche nell’area bolognese e in molte altre città i servizi pubblici sono gestiti da un numero imponente di società. Presidenze, consigli di amministrazione, consulenti d’oro che riportano docilmente i soldi ai decisori politici.

In questa stessa ottica di recupero di risorse economiche deve essere sottoposto a radicale revisione il paradigma della svendita del patrimonio pubblico così di moda nei circoli della finanza internazionale e dei politicanti nostrani. Nulla in contrario: proprietà pubbliche non utilizzate per il soddisfacimento delle esigenze collettive possano essere poste in vendita. Ma ciò deve in primo luogo escludere i beni culturali poiché un paese che guarda al futuro non vende le sue radici. In secondo luogo deve avvenire soltanto dopo aver coinvolto le popolazioni locali, poiché quel patrimonio appartiene a loro, e dopo aver verificato che quegli immobili da vendere non possano servire per abbattere il flusso delle risorse pubbliche spese per pagare affitti di uffici pubblici alla grande proprietà immobiliare. A Roma, ad esempio, importanti istituzioni – ad iniziare dal parlamento – pagano canoni altissimi a immobiliaristi e faccendieri anche se esistono ancora grandi edifici pubblici localizzati in posizione centrale. Invece di svenderli, potrebbero essere riutilizzati al posto di quelli per i quali si pagano i canoni di affitto.

Un altro eloquente esempio riguarda lo stesso ministero dell’Economia guidato da Giulio Tremonti, e cioè l’istituzione che più di ogni altra dovrebbe perseguire una rigorosa politica di risparmio. La sede del ministero ubicata a ridosso del laghetto dell’Eur è stata di recente dismessa e venduta per consentire l’ennesima speculazione immobiliare. Le strutture lavorative prima concentrate sono state smembrate e ora sono localizzate in due immobili tra loro distanti. Paghiamo i costi del disservizio e lauti canoni di affitto a grandi società immobiliari: lo Stato svende e il privato ci guadagna.

4. Il diritto all’abitare. Occorre pertanto invertire questo meccanismo perverso: la vendita degli immobili pubblici deve essere decisa dalla collettività dopo attenta verifica della loro potenzialità di essere riutilizzati per fini istituzionali o per risolvere i fabbisogni abitativi. La grande produzione edilizia di questi anni non ha infatti risolto il problema delle abitazioni. Sono centinaia di migliaia le famiglie che non hanno casa o vivono in abitazioni improprie. Nelle grandi città italiane esistono oltre 300 mila abitazioni nuove invendute. Ciononostante, i valori economici degli immobili hanno subìto un’impennata provocando l’espulsione dalle zone centrali delle città di un numero enorme di famiglie a medio e basso reddito. Una nuova legge «sull’abitare», e cioè sul diritto di tutti non soltanto ad avere un tetto, ma anche ad avere una città efficiente e accogliente è un altro fondamentale tassello del programma di governo.

Anche in questo settore va affermato un nuovo principio: a tutti i cittadini sono garantiti i diritti fondamentali all’abitazione, ai servizi, alla mobilità, al godimento sociale del patrimonio culturale, alla dignità umana. La legislazione dello Stato determina le quantità minime di dotazioni di opere di urbanizzazione, di spazi per servizi pubblici, e la fruizione collettiva e per l’edilizia sociale, nonché i requisiti inderogabili di tali dotazioni.

5. Le radici culturali da conservare. Nel delirio della cancellazione delle regole, si è tentato perfino di aggredire le radici della nostra storia urbana, i centri antichi. Nel cosiddetto «piano casa» berlusconiano si alludeva infatti anche alla possibilità di trasformare le tipologie presenti nei centri storici e continuamente si tenta di forzare le norme esistenti. Converrà dunque ribadire con una legge ad hoc che gli insediamenti storici non possono essere manomessi, ma conservati gelosamente per le future generazioni.
In forza della competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di tutela dei beni culturali dovranno essere vincolati ope legis gli insediamenti urbani storici e le strutture insediative storiche non urbane; le unità edilizie e gli spazi scoperti, i siti in qualsiasi altra parte del territorio, aventi riconoscibili e significative caratteristiche strutturali, tipologiche e formali. Le radici culturali delle città e dei territori non possono essere modificate.

6. Periferie da rendere belle. Se da un lato si chiude la fase della crescita urbana, il governo delle città deve essere in grado di dare sbocchi concreti a un comparto produttivo che rappresenta comunque una percentuale importante del sistema produttivo italiano. In tal senso devono essere facilitate e avviate a trasformazione tutte quelle aree urbane che hanno bisogno di riqualificazione urbanistica. Si tratta dei tessuti abusivi ancora oggi privi dei requisiti minimi di civiltà e vivibilità (marciapiedi pedonali, piazze e servizi pubblici) e dei tessuti produttivi dismessi: è questo un patrimonio volumetrico imponente che potrebbe rappresentare – in una chiave sistematica – la chiave di volta di una riqualificazione urbana.
In tal senso va varato un provvedimento legislativo «quadro» (la materia urbanistica è «concorrente» tra Stato e Regioni ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione e lo Stato deve limitarsi alla definizione di norme quadro) che incentivi attraverso aiuti economici, fiscali e procedurali il rinnovo urbano e la creazione di periferie belle.

7. La riconversione tecnologica ed ecologica delle città. I provvedimenti fin qui elencati appartengono a un orizzonte che potremmo definire «tradizionale», nel senso che fa i conti con la crisi urbana ma non tiene conto della necessità sempre più impellente della riconversione ecologica delle aree urbane, del risparmio energetico, del cambiamento climatico in atto. Abbiamo edifici e città energivore: puntare al risparmio energetico serve a mettere in moto un gigantesco volano di ricerca, produzione e occupazione superiore a qualsiasi altro investimento nelle cosiddette «grandi opere». Anche qui alcune esperienze già sono in campo. Il progetto «casa clima» delle provincie di Trento e Bolzano ha dimostrato di aver saputo essere volano di interventi di sostituzione edilizia e di risparmio energetico.
Occorre però definire un provvedimento legislativo che aggredisca la questione urbana in maniera complessiva, dalla produzione energetica, ai sistemi di illuminazione fino alla forestazione urbana, definendo politiche efficaci e finanziando, anche attraverso forme di sgravio fiscale, l’evoluzione energetica delle città.
Occorre aprire una fase di profonda e radicale innovazione tecnologica delle città e del territorio in grado di far tesoro del patrimonio di innovazione, di ricerca e di produzione che in altri paesi è ormai una solida realtà produttiva.
Come è noto i nostri sistemi di trasporto urbano sono tra i più antiquati e inquinanti. Esistono invece infiniti esempi di sperimentazioni e attuazione di sistemi a impatto energetico e ambientale ridotto (tramvie, filovie, reti ciclabili integrate con i nodi del trasporto pubblico).
È il caso di sottolineare che si dovrà interrompere il consumo di suolo agricolo che oggi viene alimentato da progetti di fonti energetiche alternative. Troppe aggressioni al paesaggio collinare dell’Italia sono già state compiute: discutibili impianti eolici e pannelli fotovoltaici deturpano paesaggi storici, si pensi soltanto al caso di Sepino. Nel futuro le fonti energetiche di nuova concezione devono trovare spazio nelle aree già compromesse lasciando intatti i territori aperti.
Va infine superata l’arretratezza dei sistemi di smaltimento dei rifiuti urbani. Basta guardare all’Europa dove sono diventati un volano economico. A parte poche aree virtuose, siamo il paese delle discariche in cui viene sepolto tutto, compresi i materiali riciclabili, e di quelle abusive gestite dal circuito della criminalità organizzata. Il ciclo dello smaltimento dei rifiuti urbani deve invece diventare un elemento connotativo di politiche di risanamento ambientale e di innovazione delle filiere produttive.

8. Territori sicuri. Antonio Cederna poneva sullo stesso piano la tutela dell’integrità culturale delle città e la salvaguardia dell’integrità fisica dei territori. Siamo un paese ad alta fragilità geologica e abbiamo ogni anno un numero impressionante di frane. Tragedie che coinvolgono intere comunità locali e distruggono interi territori. Meglio prevenire che intervenire su emergenze senza fine.
Una nuova politica di gestione del territorio passa prioritariamente per la sua messa in sicurezza, per il potenziamento dell’Ufficio geologico centrale (oggi lasciato nell’oblio); nella redazione della carta geologica nazionale che ancora non vede colpevolmente la luce; nell’avvio di politiche di regimazione dei corsi d’acqua. Piccole opere preziose invece di grandi, inutili cattedrali nel deserto.

9. Il ripristino della legalità. È del tutto evidente che per essere efficace, le nuove norme in materia di governo del territorio devono essere perfezionate con l’abrogazione delle normative derogatorie. In ordine di importanza devono essere cancellati l’accordo di programma, e cioè il grimaldello che scardina le procedure urbanistiche ordinarie, e la strumentazione d’emergenza sperimentata in questi anni dai «galantuomini» della Protezione civile, i «piani casa», le zone a burocrazia zero, le compensazioni urbanistiche e quelle ambientali. Scorciatoie che servono soltanto a nascondere il saccheggio.
E in tema di legalità un discorso particolare merita l’esigenza di bonificare i troppi siti inquinati esistenti sul territorio nazionale. È un problema che investe sia il Nord, che riutilizza i suoli precedentemente produttivi senza le necessarie bonifiche (come ad esempio a Santa Giulia a Milano), sia il Meridione, in cui il circuito dei rifiuti gestito dalla malavita organizzata ha riversato sul territorio ogni tipo di veleno. Un paese civile non può continuare ad abbandonare intere popolazioni al rischio di morbilità o di malattie ereditarie. Ripristinare la legalità serve alla salute di un paese smarrito.


di Paolo Berdini

Fonte: MicroMega


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POLITICA
29 luglio 2010
Agenzia per la sicurezza nucleare. Ma cos'è? E ci serve?

Istituita con l’articolo 29 della legge 23 luglio 2009, n. 99 l’Agenzia per la sicurezza nucleare è l’autorità italiana di controllo del settore. Il suo statuto è stato approvato con decreto del presidente del Consiglio dei ministri il data 28 aprile 2010. Le risorse di personale sono state individuate trasferendo, con decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, un massimo di 50 unità dall’organico del Dipartimento nucleare, rischio tecnologico e industriale dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, mentre altre 50 hanno seguito la stessa sorte in base ad un decreto del Ministro dello sviluppo economico che ha attinto dall’organico dell’Ente per le Nuove Tecnologie, l’Energia e l’Ambiente e di sue società partecipate. In base alle modifiche normative intervenute nel frattempo è venuta meno la iniziale incompatibilità tra il ruolo di presidente dell’Agenzia per la sicurezza nucleare e gli incarichi politici elettivi. Il che, in pratica, ha sbloccato la questione della nomina a presidente di Umberto Veronesi, già ministro della Sanità, attuale senatore della Repubblica.   Lo statuto dell’Agenzia, fissa «finalità e compiti istituzionali» dell’organismo, che è un ente di diritto pubblico dotato di personalità giuridica e di autonomia tecnica, scientifica, amministrativa e contabile, soggetto al controllo della Corte dei Conti. L’Autorità svolge le funzioni e i compiti di autorità nazionale unica per la regolamentazione tecnica, il controllo e l’autorizzazione delle attività concernenti gli impieghi pacifici dell’energia nucleare, la detenzione, il trattamento, il condizionamento, il trasporto, lo stoccaggio e lo smaltimento dei rifiuti radioattivi e la gestione dei materiali nucleari provenienti sia da impianti di produzione di elettricità sia da attività mediche, industriali e di ricerca, la protezione dalle radiazioni, la protezione fisica passiva degli impianti e delle materie nucleari, nonché le funzioni e i compiti di vigilanza sulla costruzione, l’esercizio e lo smantellamento a fine vita degli impianti.


Fin qui la burocrazia, ma nel frattempo non si placano le polemiche per questa nuova "istituzione". Il prof. Umberto Veronesi, oncologo di professione, luminare conosciuto e riconosciuto nel suo campo, ha accettato la nomina a presidente di questa nuova Agenzia dal ministro Stefania Prestigiacomo (Pdl) , scatenando immediatamente polemiche, specialmente in casa Pd che lo aveva accolto, sia pur da indipendente, affidandogli, col criterio basato sulla professionalità, il Ministero della Sanità. Bersani ha prontamente intimato l'alt al professore. Ovvio motivo: se sei senatore eletto Pd non puoi fare quello che ti pare e accettare nomine Pdl. E siccome siamo in democrazia, cioè ognuno rispettoso delle altrui idee e parliamo di schieramenti politici, morale vorrebbe che prima ci si dimette dalla carica occupata e successivamente ci si propone per altri compiti, con altri schieramenti.

  

Personalmente mi trovo d'accordo col segretario Pd. E mi sarei trovato ancor più d'accordo se vi fosse stata a suo tempo la necessaria serietà da Massimo Calearo Ciman, da Paola Binetti e non ultimo da Francesco Rutelli che addirittura si è fondato il suo partitello privato (ApI)

Queste sono le cose che della politica di palazzo infastidiscono molto. Creano un forte scollamento dell'interesse sociale verso la politica che dovrebbe servire proprio chi lavora onestamente e duramente, paga le tasse e vorrebbe esercitare il proprio diritto al voto come da Costituzione Italiana.

Per gli elettori invece, la cosa viene vista sempre più spesso come un inganno vero e proprio, per non usare termini più forti. E la Lega con della demagogia da due soldi con queste cose ci sguazza. Si parla di un voto già abbastanza mortificato da una pessima legge elettorale e dalle liste bloccate e se si riesce ad esprimere la propria volontà, poi si vedono appunto certe signore e signori che, pur restando nel palazzo, se ne vanno, politicamente parlando, di qua e di la. Sono segni allarmanti e indicativi dell'urgenza di affrontare la questione morale che la ormai decrepita maggioranza attuale sembra ignorare.

E' la classe dirigente del partito che deve farlo, con la dovuta attenzione alla base. 
Presto e sul serio, prima che Berlusconi si impadronisca del governo senza troppo badare alla Costituzione ed alla democrazia.


Ritornando a Veronesi, in una intervista a Repubblica cerca di svicolare e intanto precisa che non è iscritto al Pd. Motivo in più, penso io, per startene buono, visto che sullo scranno da senatore mica ci ha sputato sopra! Dice che si dimetterà, intanto sta ancora là.

Il luminare medico precisa poi che le sue passioni sono da trovarsi nell'etica, ossia nell'assistenza ai malati - e qui massimo rispetto - ed essendo scienziato, nei progressi della scienza. E con questo il professore crea la motivazione per accettare la nomina. Ma basta leggere quanto scritto sopra, riguardo le linee guida costituenti l'Agenzia, per capire che la nomina, di affinità con la scienza ne ha ben poca, anzi diciamocelo, proprio non ne ha. E' una nomina chiaramente politica. Si potrebbe anche dire all'85 enne professore, così attratto dalla matematica e dall'energia, che le innovazioni prossime venture non hanno nulla a che vedere col nucleare, come sanno bene i Paesi che stanno dismettendo e/o rallentando la propria produzione di energia elettrica dal nucleare. Energia elettrica! Si badi bene, perchè altre forme di energia, anche ammettondolo, il nucleare non è in grado di darne. E senza voler mettere in discussione le nozioni di fisica del luminare medico che si dice da 50 anni impegnato nel nucleare (professore, al proposito, può dirci di più?) e si sente così aperto nell'affermare "che non ha mai amato che siano altri a suggerirgli ciò che deve fare", anzi si aspettava che il Pd facesse salti gioia per averlo a capo della sicurezza nucleare, evidentemente ha "dimenticato" che il nucleare non è presente nella politica energetica del Pd.


Senza contare poi che il Piano Energetico dell'attuale governo è inesistente in qualsiasi forma e da qualsiasi parte lo si voglia guardare. Al prof. Veronesi che nell'intervista afferma che "non si tratta di un istituto che ha il compito di decidere se e dove le centrali saranno costruite"  consiglio la lettura di quanto scritto sopra (fonte:Ministero dell'Ambiente).

Infine, se non bastasse, la democrazia in Italia ha già fatto il suo corso; vi è un infatti un referendum sul nucleare dell' 8 - 9 novembre 1987 in cui gli italiani decisero a grande maggioranza per il NO al nucleare. E' da pochi mesi che questo referendum non ha più validità per 2 leggi emanate sotto stretto silenzio dall'ormai ex ministro Scajola.


I tre quesiti sul nucleare del 1987 riportavano le seguenti risposte:


1- Referendum per l' abolizione della procedura per la localizzazione delle centrali elettronucleari

 Elettori45.869.897
 Votanti29.862.376
 % Votanti65,1
 Astenuti16.007.521
 % sugli Elettori34,9
Voti ValidiRISPOSTA AFFERMATIVA20.984.110
 %80,6
 RISPOSTA NEGATIVA5.059.819
 %19,4
 Totale26.043.929
Voti non ValidiTotale3.818.447
 % sui Votanti12,8
 Schede Bianche2.536.648
 % sui Votanti8,5

 

2 - Referendum per l' abolizione dei contributi a regioni e comuni sedi di impianti elettronucleari

 Elettori45.870.230
 Votanti29.871.570
 % Votanti65,1
 Astenuti15.998.660
 % sugli Elettori34,9
Voti ValidiRISPOSTA AFFERMATIVA20.618.624
 %79,7
 RISPOSTA NEGATIVA5.247.887
 %20,3
 Totale25.866.511
Voti non ValidiTotale4.005.059
 % sui Votanti13,4
 Schede Bianche2.654.572
 % sui Votanti8,9

 

3 - Referendum per l' abolizione della partecipazione dell' Enel alla realizzazione di impianti elettronucleari all'estero

 
  Elettori45.849.287
  Votanti29.855.604
  % Votanti65,1
  Astenuti15.993.683

 % sugli Elettori34,5
Voti Validi RISPOSTA AFFERMATIVA18.795.852
  %71,9
  RISPOSTA NEGATIVA7.361.666
  %28,1
  Totale26.157.518
Voti non Validi Totale3.698.086
  % sui Votanti12,4
  Schede Bianche2.388.117
  % sui Votanti8,0

POLITICA
19 novembre 2009
Perchè la gestione dell'acqua deve rimanere pubblica.
A proposito di gestione dell'acqua, mercoledì 4 novembre in Senato è stato approvato un emendamento proposto dal PD, poi modificato e fatto proprio dal centrodestra.

Tale emendamento, inserito nella norma che per l'ennesima volta modifica la disciplina dei servizi pubblici locali, prevede che la proprietà del sistema idrico resti saldamente in mano pubblica ma che la gestione possa essere affidata in gara anche a privati.

Io ho votato contro tale emendamento perché rimango assolutamente convinto che nessun "pezzo" della filiera del ciclo idrico integrato debba in alcun modo essere affidato ad altri se non alla pubblica amministrazione, che ha il dovere giuridico e prima ancora etico di garantirne il buon funzionamento.

Non mancano i parametri per misurare la bontà della gestione pubblica in termini di efficacia ed efficienza. Tutti i soldi provenienti dalla tariffa pagata dai cittadini devono essere reinvestiti per realizzare impianti nuovi, rinnovare i vecchi e ridurre le perdite in rete. Non esiste che parte delle tariffe vada a creare lucro per società di gestione private non integrate nel sistema territoriale.

Ho condiviso che le nostre ASM abbiano creato una realtà provinciale per realizzare gli investimenti in campo idrico, sono però convinto che le stesse società possano continuare a fare quello che ben fanno da più di cento anni, cioè garantire anche l'erogazione dell'acqua al cliente finale.

Se le nostre aziende dovessero perdere questa gara inutile o forse dannosa, sarà una grave perdita per tutto il nostro territorio provinciale. Mi auguro che ciò non accada.

La nuova disciplina dei servizi pubblici locali e la discussione in corso alla Camera suggerirebbero  di sospendere l'iter della gara indetta. È possibile farlo.

C'è ancora tempo e modo, se c'è volontà politica,  per fermare un treno in corsa verso l'ignoto.

Sen. Daniele Bosone

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L'INTERVISTA a Pasquale Steduto - responsabile dell’unità di gestione Fao sullo sviluppo delle risorse idriche  e coordinatore di tutte le agenzie Onu sull’accesso all’acqua.

«Rischioso mettere le mani su un bene comune che è un diritto di tutti»

«Non capisco la fretta». Pasquale Steduto, responsabile dell’unità di gestione Fao sullo sviluppo delle risorse idriche e coordinatore di tutte le agenzie Onu sull’accesso all’acqua, non vuole entrare direttamente in polemica con il governo italiano sulla privatizzazione dell’acqua. Si limita a fare un invito alla «cautela», perché «privatizzare una risorsa così strategica, dietro la quale c’è un diritto fondamentale, può essere molto rischioso».

In che senso rischioso?

«Non dimentichiamo che ci sono forti attività lobbistiche di multinazionali che cercano di penetrare in nuovi mercati e che possono avere una sproporzione di forze rispetto ai governi. Poi è difficile sradicarle, riottenere il controllo. Non dico si debba escludere a priori una gestione privata ma le esperienze che stiamo monitorando
in tutto il mondo insegnano - dall’Uganda a Città del Messico, alla Bolivia fino agli ultimi sviluppi in Francia - che quando sono entrati i privati, i prezzi sono saliti molto, ci sono state reazioni delle comunità e i governi hanno dovuto fare marcia indietro. E non è facile».

Ma la gestione pubblica, si dice, spesso crea carrozzoni e sprechi.

«La disfunzionalità degli enti, con i suoi aspetti politici e partitici, non dipende dalla proprietà pubblica della risorsa. Ci può essere una corretta gestione anche in aziende pubbliche se motivate e messe in condizioni di essere efficienti. Il problema è la discrezionalità. Se il privato può considerare l’acqua come una merce uguale alle altre e può stabilirne il prezzo, perseguirà il massimo profitto. Cosa succede a chi non paga? Adesso in Italia non si può staccare il servizio ma poi?
L’azienda più vende più guadagna e ciò è controproducente rispetto agli obiettivi di non sprecare una risorsa limitata che deve essere risparmiata, garantendone contemporaneamente l’accesso a tutti, come ricorda il 7° obiettivo del Millennio per l’umanità».

Ci devono essere delle regole.

«A volte anche quando ci sono regole e i privati non stabiliscono i prezzi, l’azienda privata può abbassare il costo del servizio e quindi scade la qualità. È un settore vulnerabile in termini di governance».

Esempi positivi?


«Il modello svedese, dove esiste una sola municipalità con un service provider privato, ma tutte le aziende sono efficienti. La legge prescrive persino che dall’acqua in ogni caso non si possa trarre alcun profitto. L’acqua è un bene non una merce. Tanto che nei documenti Fao non si cita mai il prezzo dell’acqua ma sempre il costo o la tariffa, la tassa. Non è essenziale solo per bere e per l’igiene. L’acqua serve anche per produrre cibo: per ogni caloria che mangiamo serve un litro d’acqua»

POLITICA
4 novembre 2009
FRIZZA SANA PER NATURA MA IL GOVERNO VENDE LA NOSTRA ACQUA

Entro il prossimo 24 novembre, il decreto che privatizza l’acqua potrebbe diventare legge. Come da copione il 2 novembre, la maggioranza al Senato ha pensato - male - di mercificare un bene comune ed ha fatto passare il Ddl  135/09 - vedi post precedente qui sotto.

E POCHI NE SONO AL CORRENTE !!! PERCIO' NECESSITA DIFFONDERE

Aggiornamento del 5 novembre. Uno spiraglio nella stampa da Repubblica

La svendita dell'acqua pubblica

Qualcuno ha ancora voglia di pensare che l'informazione in Italia è realmente libera? 

Il 18 novembre il decreto andrà all'esame della Camera per essere convertito in legge.

Se c'è qualcuno che si è stancato di pagare per bere l'acqua - che vorrei ricordare, viene prodotta solo in natura, o di farsi prendere per il culo dal
ministro dell'Economia quando parla di posto fisso, allora questo è il momento di farsi sentire. In due modi. Tanto per iniziare:

1-
Firmare la petizione on line sostenuta dal Forum Italiano dei Movimenti per  l'Acqua che sarà inviata al Presidente della Repubblica e ai Presidenti delle due Camere.

2-
Roma 18 novembre, ore 14:00 - Presidio davanti Montecitorio  per dire agli onorevoli, compresi quelli a cui non bastano 23.000 euro al mese e perciò voteranno a favore (ammesso che ci siano) per auto-finanziarsi con l'acqua, di darsi una regolata che i soldi, comunque vada, li cacciamo sempre noi.

Quindi l' O.d.g.:

Firmare, presidiare e svegliarsi.
Nel caso contrario, qualcuno un giorno potrebbe venirvi a casa per misurare quanti m3 d'aria respirate. Riflettere. Ma rapidamente...


Alla pagina del Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua www.acquabenecomune.org 
trovi tutte le informazioni.
  Anche per chiedere al tuo Consiglio Comunale di prendere posizione contro questo decreto che dichiara l’acqua potabile una merce ed avvia una campagna - anche attraverso una raccolta di firme - per impegnare il consiglio comunale ad inserire nello Statuto Comunale il riconoscimento che l’acqua è “un bene comune e un diritto umano universale” e che il servizio idrico è “un servizio privo di rilevanza economica” da gestire in forma pubblica e con la partecipazione delle comunità locali. 

Da qui è scaricabile la petizione  integralmente in formato .pdf e sostenere le azioni proposte dal Forum italiano dei Movimenti per l’acqua per chiedere al Parlamento ed al Governo il ritiro delle nuove norme.



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permalink | inviato da xpress il 4/11/2009 alle 22:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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