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blog di Valter Carraro Gasparin
POLITICA
21 aprile 2014
DOMANDE E RISPOSTE SULL’EUROPA - PD BRUXELLES

Cosa fa l’Europa per noi? Come sta lavorando per uscire dalla crisi e per rafforzare i nostri diritti? Domande e risposte su alcuni dei temi più importanti dell’azione europea.

Costi e opportunità in Europa

- E’ vero che l’Italia conferisce molti soldi al bilancio europeo e riceve molto poco indietro? 

No. L’Italia è un “contribuente netto” del bilancio europeo ma è anche il secondo paese all’interno dell’Unione (siamo dietro solo alla Polonia) per quantità di risorse ricevute in stanziamenti, fondi e investimenti per la politica di coesione.

- Il bilancio europeo è un appesantimento ulteriore per le finanze statali e per l’economia nazionale? Faremmo meglio a tenere questi soldi per noi? 

No, il bilancio europeo prevede, per il 90% delle sue risorse, investimenti da ridistribuire agli Stati membri per finanziare quelle opere che da soli non potrebbero nemmeno immaginare. Non possiamo prescindere dagli investimenti per far ripartire la crescita: il bilancio europeo è l’unico strumento, al momento, che possa prevedere un piano di investimenti ingenti e di incentivi all’economia e ai territori. Gli Stati membri destinerebbero davvero la stessa parte di risorse in investimenti o la userebbero per risolvere problemi di piccolo cabotaggio ma magari utili per campagne elettorali?

- I fondi europei sono veramente degli strumenti utili alla crescita? 

Si! Sono strumenti indispensabili per lo sviluppo. Per fare esempi concreti, in soli 5 anni grazie ai fondi europei destinati ai progetti di formazione, i giovani quindicenni della regione Campania hanno accresciuto in modo sensibile, rispetto ai propri coetanei di 5 anni prima, le competenze e i risultati scolastici (dati ricavati dai rapporti del Ministero per l’Istruzione). Altro esempio: grazie al buon utilizzo dei fondi europei, la metropolitana di Napoli è oggi una delle metropolitane all’avanguardia in Europa. Ci sarebbe da chiedersi, hanno portato più risultati i soldi dell’Europa degli ultimi anni o decenni di Cassa del Mezzogiorno?

I fondi europei sono strumenti burocratici difficili da utilizzare e per questo li spendiamo poco? 

In alcune regioni e realtà territoriali andrebbero programmate una razionalizzazione e una gestione migliore nell’impiego di queste risorse, resta però il fatto che l’utilizzo dei fondi strutturali avviene in assoluta trasparenza. Dei fondi comunitari abbiamo piena tracciabilità, certamente lo stesso non avviene per l’impiego delle risorse nazionali e regionali, e non è certo una questione da poco.

Cosa fa l’Europa per ridurre gli sprechi? 

L’Europa la propria spending review ha già iniziato a farla (quasi 6 miliardi di euro risparmiati nei prossimi 6 anni per l’amministrazione e altri tagli e riduzioni di inefficienze decisi negli ultimi due anni), ma deve continuare, ad esempio eliminando la spesa inutile per la doppia sede del Parlamento Europeo di Strasburgo (che però può avvenire solo con l’accordo della Francia). Sul tema degli sprechi, l”Europa è anche uno stimolo per il nostro Paese a fare passi avanti nella lotta alla corruzione: il totale dei costi diretti della corruzione in Italia ammonta a circa 60 miliardi di euro ogni anno, pari al 4% del PIL italiano. Su questo, l’Italia deve diventare più europea e le sarà richiesto di introdurre nei prossimi mesi misure più stringenti, anche in ambito regionale e locale.

Cittadinanza

- L’Europa è una realtà lontana, chiusa nella sua torre d’avorio e i cittadini non hanno possibilità di influenzarne le politiche? 

Non è vero. Ogni cittadino europeo può scrivere alla Commissione europea, che è obbligata a rispondere entro quindici giorni, basta mandare una mail al commissario responsabile o utilizzare il sistema Europa Direct. I cittadini europei possono presentare una petizione al Parlamento Europeo e, da pochi mesi, proporre leggi europee di iniziativa popolare (iniziative di cittadinanza). Il modo più diretto di influenzare la politica europea resta ovviamente quello di andare a votare alle elezioni del 25 maggio: sulla base dei risultati, infatti, verrà indicato il Presidente della Commissione Europea che guiderà l’esecutivo comunitario per i prossimi cinque anni. E soprattutto, il Parlamento Europeo è ormai coinvolto a pieno titolo nella procedura legislativa, ogni singolo voto può quindi fare la differenza nell’adozione di direttive e regolamenti che avranno un impatto decisivo sulla nostra vita quotidiana, oltre che nelle decisioni fondamentali sull’utilizzo dei fondi comunitari.

Sono un cittadino europeo, cosa significa in pratica?

Essere un cittadino europeo apre a ciascuno di noi l’accesso a diritti fondamentali di cui spesso non ci rendiamo conto, primo tra tutti il diritto a circolare liberamente in Europa senza frontiere e stabilirci in un altro paese. La cittadinanza europea ci dà diritto all’elettorato attivo e passivo, non solo per le elezioni europee, ma anche per le elezioni amministrative nel caso in cui ci trasferissimo a vivere in un altro Paese. Inoltre abbiamo diritto alla rappresentanza consolare quando viaggiamo all’estero, a proporre petizioni al Parlamento europeo e a chiedere l’intervento del mediatore europeo. A questi diritti fondamentali si aggiungono importanti diritti sociali in tema di accesso alla sanità, al mercato del lavoro, o alla pensione qualora ci trasferissimo a vivere in un altro paese, o ci trovassimo in difficoltà mentre siamo in viaggio in Europa. Questi diritti, inimmaginabili per i nostri genitori, sono oggi parte della nostra quotidianità.

Economia

Come far ripartire subito l’economia? L’Europa è davvero così impotente? 

La crescita europea è stata inferiore negli ultimi anni rispetto ad altre aree del mondo anche perché la Banca Centrale Europea (BCE), a differenza delle altre banche centrali, non è una banca prestatrice di ultima istanza ed ha come unico obiettivo quello di tenere i prezzi bassi. Eppure anche senza cambiare i Trattati Europei la BCE può fare di più. Può ad esempio immettere miliardi di euro nell’economia reale comprando azioni e titoli di Stato in borsa (gli esperti lo chiamano “allentamento quantitativo”). Ma la BCE è prudente: aspetta prima il sostegno politico dell’Europa. Se il nuovo Parlamento si schierasse con forza a favore di queste misure, questo consentirebbe alla BCE di lanciare una grande operazione di immissione di denaro fresco per investimenti e crescita.

Dopo sei anni di crisi economica dobbiamo ancora avere fiducia nell’euro?

L’ingresso dell’Italia nell’euro ha portato stabilità e più vantaggi per le famiglie, abbassando i rendimenti sui titoli di Stato e riducendo i costi nelle transazioni internazionali. Fin dai primi anni della sua nascita l’euro si è imposto come una delle principali monete mondiali, arrivando persino ad insidiare il primato del dollaro. Tuttavia l’euro doveva essere solo il primo passo verso un’integrazione maggiore degli Stati europei in senso federale. Gli economisti della Commissione europea al tempo della creazione dell’euro avevano messo in guardia sui rischi di una moneta unica non supportata da un bilancio federale e da una Banca Centrale attiva per ridurre gli squilibri economici. La crisi ha fatto emergere con forza questi elementi di debolezza. Oggi è compito della politica completare le istituzioni e i meccanismo che faranno funzionare meglio l’euro e l’economia europea: questa è la posta in palio con il voto del 25 maggio.

– Perché l’Europa ci chiede di rispettare vincoli di bilancio sempre più stringenti, come il Fiscal Compact, mentre i cittadini chiedono lavoro e prospettive per il futuro?

Bisogna innanzitutto chiarire che l’Unione Europea non ci chiede nulla che non sia stato concordato in precedenza tra gli Stati Membri, come il Fiscal Compact firmato anche dal governo italiano. I vincoli di bilancio, quando si fa parte di un sistema economico integrato come quello europeo, sono importanti poiché garantiscono una forma di coordinamento e, per un Paese come l’Italia, sono un’assicurazione sul futuro, riducendo il peso del debito pubblico sulla nostra economia. Tuttavia questi vincoli, se astratti dal contesto dell’economia reale e se utilizzati come unico strumento di politica economica sono inadeguati a far fronte ai momenti di crisi. Accanto alle regole sul debito dobbiamo introdurre indicatori sociali di qualità della spesa (priorità a occupazione e investimenti), per adattare le risposte della politica economica europea alle esigenze della società. Gli indicatori di sviluppo e coesione sociale devono avere lo stesso peso di quelli sul deficit pubblico!

In Italia i cittadini hanno sempre più l’impressione che sia la sola Germania a dettare le regole della politica economica in Europa, è davvero così? 

Lo scoppio della crisi finanziaria ha scoperchiato un panorama economico di profondi squilibri tra i Paesi europei. La risposta dell’Europa è stata scoordinata, ovvero “ognun per sé”, senza strumenti comuni di solidarietà e riequilibrio. La Germania, il principale Paese creditore, si è trovata a giocare un ruolo di forza relativa rispetto ai Paesi debitori ed ha potuto avvantaggiarsi della debolezza e timidezza degli altri governi. Proprio nel momento in cui vi sarebbe stato maggiore bisogno di un intervento “federale” e coordinato per tamponare gli effetti della crisi, infatti, i governi e la Commissione continuavano a rifiutare di attuare le politiche necessarie a sostenere l’economia nei momenti di difficoltà.

Le questioni economiche europee sono complesse e distanti dalla vita dei cittadini, come possiamo rendere tutto più semplice e diretto? 

Spesso continuiamo a ragionare come se il governo nazionale avesse a disposizione tutti gli strumenti di politica economica. In realtà non è più così. Avendo messo in comune la politica monetaria e quindi anche la politica dei tassi di cambio e avendo sottoscritto accordi sui vincoli di bilancio, i principali “attrezzi” della macroeconomia sono ora gestiti a livello comunitario e non più nazionale. Per questo motivo, l’Unione europea dovrebbe essere vissuta come una vera e propria arena politica, dove portare precise rivendicazioni e condurre specifiche battaglie. Votare per il Parlamento europeo non è un optional ma un passaggio cruciale: dalla crisi ne usciremo solo se sarà l’Europa tutta a farlo, attraverso l’adozione di un più forte coordinamento, maggiore solidarietà, nuovi strumenti per gli investimenti.

Lavoro

- E’ vero che le riforme del lavoro, come quella della Ministra Fornero, ce le ha ordinate la Commissione Europea? 

No, la Commissione Europea non ha le competenze per “ordinare” ad un Paese di fare una riforma. La sovranità sulle politiche del lavoro e del welfare rimane agli Stati nazionali. La Commissione Europea può però fare pressioni politiche, “raccomandando” delle linee di azione sulla base delle migliori pratiche esistenti in Europa. In questi anni la Commissione non ha chiesto all’Italia di liberalizzare brutalmente il mercato del lavoro. Le ha raccomandato di eliminare la discriminazione tra il lavoro tipico e quello atipico, di tappare i buchi degli ammortizzatori sociali, di mettere insieme dei servizi funzionanti per l’impiego, di combattere le discriminazioni contro le donne nel lavoro. Nel 2010, il Parlamento Europeo ha anche mandato un ammonimento ufficiale all’Italia (una risoluzione) per spingerla a creare uno schema di reddito minimo, unico Paese in Europa ad esserne privo.

Com’è possibile evitare che Paesi come la Croazia o la Romania facciano concorrenza all’Italia puntando sui loro salari bassissimi? 

L’Europa non può intervenire direttamente per alzare i salari nei Paesi dell’Est. Ricordiamoci che questi Paesi hanno salari bassissimi perché hanno economie poco sviluppate e con ancora alti livelli di povertà. L’Europa può promuovere degli standard minimi comuni al di sotto dei quali nessun lavoratore possa essere impiegato. Già lo fa (parzialmente) con regole comuni su lavoro atipico, orario di lavoro, regole per lavoratori distaccati all’estero, diritto al mantenimento dei diritti previdenziali in tutta Europa. La sfida è alzare questi standard, proporre nuove regole comuni a livello europeo, perché anche gli standard sociali più bassi si alzino ai nostri livelli, così come i nostri livelli di protezione si devono alzare a quelli della Svezia o della Danimarca.

Cosa ha fatto l’Europa per combattere la disoccupazione dei giovani in Italia?

La Garanzia Giovani è al momento il programma più incisivo. Con questo strumento, sebbene le dotazioni finanziarie siano ancora da migliorare, l’Unione Europea ha fatto impegnare gli Stati a mettere in piedi servizi capaci di offrire ai giovani tra i 16 e i 29 anni una concreta opportunità di lavoro, formazione professionale, istruzione o stage entro 4 mesi. Grazie ai Fondi Europei, l’Italia riceverà €1.5 miliardi nei prossimi due anni per finanziare questi servizi, rivolti esclusivamente ai giovani. La Garanzia Giovani è una goccia nel mare, è vero. Da sola non basterà a risolvere i problemi di quasi 5 milioni di giovani italiani senza lavoro. Ma è uno stimolo potente a fornire quei servizi di assistenza e di reinserimento ai disoccupati che l’Italia non ha mai avuto. Ci sono tantissimi altri programmi concreti che sono poco conosciuti per disinformazione e perché hanno un budget risicato. Uno è molto noto ed è l’Erasmus. Esistono anche un Erasmus per Giovani Imprenditori, il Servizio Civile Europeo e altri strumenti di micro-finanziamento.

Quali iniziative potrebbe prendere l’Unione Europea per migliorare la protezione dei lavoratori?

Da tempo si discute di istituire un sussidio di disoccupazione europeo. L’Unione Europea finanzierebbe un primo sussidio per chi perde il lavoro della durata di alcuni mesi, a cui gli Stati potrebbero aggiungere ulteriore protezione. In questo modo, gli Stati con una situazione economica migliore offrirebbero solidarietà concreta ai lavoratori degli Stati che stanno peggio. Si parla anche di istituire un salario minimo europeo. L’Unione non ha però alcuna competenza per agire sui salari che sono responsabilità delle parti sociali e dei governi nazionali. La proposta più concreta è quella che l’Unione fissi una regola comune affinché il salario minimo nei singoli Stati non possa scendere al disotto di una determinata soglia nazionale, ad esempio che nessun lavoratore possa prendere meno del 60% del salario medio del proprio Paese. Infine, esiste già un diritto del lavoro europeo con delle regole uguali per tutti i lavoratori in qualsiasi Paese. Ad esempio, i lavoratori con i principali contratti atipici (a tempo determinato, parziale, gli interinali) devono avere pari trattamento con i lavoratori a tempo indeterminato e a tempo pieno; i licenziamenti collettivi non possono avvenire senza la consultazione dei sindacati e senza un piano sociale; l’orario di lavoro non può superare 40 ore settimanali. Nel futuro dobbiamo però estendere le tutele europee in altri ambiti, per esempio fare delle regole comuni sui licenziamenti individuali, regolare il falso lavoro autonomo, non permettere gli stage non pagati.

Immigrazione

- L’Italia è un paese di frontiera, cosa fa l’Europa per aiutarci a gestire i flussi migratori?

L’Italia è il secondo maggiore beneficiario dei fondi europei nel settore dell’immigrazione e dell’asilo e il maggiore beneficiario se si considera solamente il fondo per l’integrazione. Negli ultimi anni sono stati molto importanti i fondi dati all’Italia per rafforzare il proprio sistema di gestione dell’immigrazione e delle frontiere, 22 milioni sono stati stanziati solo lo scorso anno per far fronte alla tragedia di Lampedusa (il 50% dei fondi di emergenza disponibili a livello europeo in quel momento). Ma non si tratta solo di fondi, l’Italia riceve supporto costante da parte di due agenzie europee, Frontex e EASO che mettono a disposizione delle autorità italiane materiali e esperti di altri paesi. L’Europa non lascia sola l’Italia, ma la solidarietà europea può funzionare solo se le autorità nazionali si impegnano in un serio processo di riforma della gestione dei flussi migratori e dei richiedenti asilo.

Come può l’Europa intervenire per migliorare le condizioni nei centri di accoglienza per gli immigrati e la procedura per le domande di asilo?

Grazie all’Europa, in tutti gli stati membri esistono normative specifiche per la richiesta di asilo politico e per la gestione dei rimpatri. Senza queste normative, che uniformano le procedure e i diritti dei migranti, oggi l’Italia sarebbe probabilmente sprovvista di qualsiasi garanzia per i migranti che si trovano a vivere l’esperienza del CIE o che hanno depositato una richiesta di asilo. Gli eventi degli scorsi mesi testimoniano purtroppo che l’Italia è carente nell’applicazione della normativa e nel rispetto dei diritti garantiti ai migranti, per questa ragione la Commissione Europea ha avviato una procedura di infrazione contro l’Italia nel settore dell’asilo.

Il peso dei richiedenti asilo ricade interamente sulle spalle dei Paesi del Sud Europa?

Non è vero che la maggior parte dei richiedenti asilo arrivano in Italia, secondo i dati EUROSTAT l’Italia è solamente quinta nella graduatoria dei paesi che ricevono domande di asilo, con una percentuale proporzionale al proprio peso economico e demografico nell’Unione Europea. Il sistema europeo di gestione delle politiche di asilo inoltre è stato appena riformato rafforzando i diritti garantiti ai richiedenti asilo, in particolare stabilendo che se un migrante ha familiari in un altro paese europeo, quest’ultimo sia quello responsabile ad esaminare la sua richiesta, indipendentemente dal paese di ingresso nell’Unione.

L’Europa è stata troppo aperta con gli immigrati, dobbiamo proteggere i nostri posti di lavoro ed evitare che i nostri sistemi di sicurezza sociale siano abusati.

In primo luogo è importante differenziare tra comunitari ed extracomunitari. I primi sono portatori di diritti direttamente per l’appartenenza alla comune cittadinanza europea, mentre i secondi li acquisiscono sulla base dello status di cui godono (rifugiati, migranti di lungo periodo…). In ogni caso dobbiamo essere consapevoli che sono proprio gli immigrati che negli ultimi anni hanno contribuito in maniera fondamentale alla tenuta economica, sono loro spesso ad aprire le nuove aziende e ad aiutarci a combattere il calo demografico in atto in Europa che rende insostenibile il nostro sistema di welfare e pensionistico.

A cura del PD Bruxelles



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ECONOMIA
8 novembre 2011
G20: dentro i cittadini, fuori i poteri forti | Aderisci all’appello Avaaz.org

Il G20, il vertice governativo più importante al mondo, si è riunito per discutere della crisi economica mondiale. Nello scandalo e nella disinformazione sono passati gli sponsor. Chi sono? Le banche e le multinazionali!

Non c'è da sorprendersi se Cannes, la città  che ha ospitato  il vertice, è stata chiusa come un fortino e mentre i normali cittadini non potevano accedervi, gli amministratori delegati di banche e multinazionali avevano libero accesso per dire ai governi quello che devono e dovranno fare.

Le multinazionali e le banche hanno preso in ostaggio i nostri governi, ottenendo diversi fondi di salvataggio nonostante abbiano contribuito alla creazione della crisi. Ora hanno conquistato le chiavi d'accesso all'incontro che potrebbe decidere il futuro finanziario del pianeta. Insieme possiamo convincere il padrone di casa Nicolas Sarkozy, a cancellare la sponsorizzazione: sottoscriviamo un appello pubblico enorme, in grado di sollevare un polverone mediatico che costringa Sarkozy a buttare fuori le multinazionali sponsor e a ripulire il G20. Firma e inoltra la petizione che sta raggiungendo quota 500mila firme:


http://www.avaaz.org/it/occupy_g20/?vl


La linea di confine fra le multinazionali e i governi si è sbiadita sempre di più, mettendo in pericolo le nostre democrazie e la nostra economia. L'Italia è di fatto commissariata, lo dicono analisti e politogi vicini alle posizioni di BCE e  FMI.  I politici continuano a ricevere dalle aziende finanziamenti per le loro campagne elettorali; una volta eletti implementano politiche che tutelano i loro interessi e poi ricevono, sempre dalle aziende, incarichi strapagati una volta terminato il mandato. C'è una sola parola per descrivere tutto questo: corruzione.

Société Générale, una banca francese salvata dal fallimento grazie ai soldi dei contribuenti e che cela numerosi interessi nei confronti della politica fiscale europea, ha ufficialmente sponsorizzato il vertice. Fonti sicure hanno riferito ad Avaaz che questa banca ed altre 20 multinazionali, hanno pagato grandi somme di denaro per essere sponsor dell'incontro e sedere al tavolo con i  governanti.

L'unico modo per ottenere politiche che proteggano il lavoro, che attacchino gli speculatori e che garantiscano un futuro più equo a tutti noi, è allontanare le lobby e gli interessi delle grandi aziende dai nostri leader. Diciamo a Nicolas Sarkozy e agli altri leader che il loro futuro dipende dalla loro bravura nello scaricare gli sponsor  e dal liberare i governi dalla morsa delle grandi aziende. Firma la petizione, inoltrala a tutti, raccogliamo più adesioni possibili, quota 500mila è vicina:

 

http://www.avaaz.org/it/occupy_g20/?vl

 

La crisi economica mondiale è il risultato di gran parte dall'attività  di banche spericolate prive di un quadro regolatore imposto dai governi, visto il controllo che le banche esercitano sui nostri governi. Questi sono ostaggio da parte dei poteri forti ed uno dei pericoli più grandi che fronteggiamo oggi, sulla democrazia e su un'economia efficiente ed equa. In tutto il mondo i cittadini sono scesi in piazza per riprendersi la democrazia. Anche su quanto succede al G20, prima, durante e dopo, dobbiamo vigilare.

 

FONTI

 

B20, Cannes fa business (Lettera43)

http://www.lettera43.it/economia/aziende/30302/b20-cannes-fa-business.htm

 

Il vertice parallelo del Business 20 al G20

http://www.b20businesssummit.com/guests/business-organizations


Lista degli sponsor del G20 a Cannes

http://www.g20-g8.com/g8-g20/g20/english/the-2011-summit/partnerships/partnerships.69.html

 

I leader delle multinazionali fanno pressione sul G20 (Financial Times) - in inglese

http://www.ft.com/cms/s/0/21ccfea6-02e6-11e1-899a-00144feabdc0.html#axzz1cMLOw7GP

 

Société Générale prende 12 miliardi di dollari dal salvataggio di AIG (Panorama)

http://blog.panorama.it/economia/2009/03/17/il-grido-di-obama-contro-lo-scandalo-dei-bonus-ai-dirigenti-aig/

 

Per contattare Avaaz e vedere la sua attività: usa il modulo di contatto


Avaaz.org è un'organizzazione no-profit e indipendente con 10 milioni di membri da tutto il mondo, che lavora perchè le opinioni e i valori dei cittadini di ogni parte del mondo abbiano un impatto sulle decisioni globali (Avaaz significa "voce" in molte lingue). I membri di Avaaz vivono in ogni nazione del mondo; il nostro team è sparso in 13 paesi distribuiti in 4 continenti e opera in 14 lingue.

Con determinazione, un saluto da

Alex, Maria Paz, Emma, Ricken, Morgan, Wissam e tutto il team di Avaaz



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ECONOMIA
18 giugno 2011
Moody's allerta l’Italia. Possibile ribasso del rating

L’agenzia di New York ha messo sotto osservazione per una possibile revisione al ribasso, il rating del debito sovrano italiano, attualmente a livello "Aa2", con l’intenzione di portarlo quanto prima a “Prime-1” (rientro con minor termine).

I principali motivi che hanno portato a tale decisione sono stati:

1) Le difficoltà di crescita economica dovute alle debolezze strutturali a livello macroeconomico ed un probabile incremento dei tassi d’interesse in futuro;

2) I rischi relativi all’attuazione dei piani di consolidamento fiscale necessari per la riduzione dell’indebitamento italiano e mantenerlo a livelli sostenibili;

3) I rischi relativi al cambiamento delle condizioni di finanziamento per i Paesi europei  (Grecia e Spagna)  con elevati livelli di debito. L'euro si e' allontano dai massimi giornalieri subito dopo la diffusione della notizia, e comunque, è partita la corsa alla moneta unica europea.

Grazie a Tremonti, alla sua finanza distruttiva ed a tutto il governo per aver sempre pensato ai propri interessi, per aver disconosciuto una crisi strutturale e averne ammesso l'esistenza con tre anni di ritardo, praticando la massima disinformazione possibile sui risparmi degli italiani. Perchè qui si sta parlando delle prossime aste dei bond nostrani, che altro non sono se non i Bot, i Bpt e i Cct. I risparmi delle famiglie. Sempre che qualcuno riesca ancora a risparmiare. E un grazie particolare a Berlusconi, che in poco meno del ventennio, è riuscito a malgovernare per quattro (spero di no) legislature. Il suo apporto è stato fondamentale non solo per mettere le mani profondamente nelle tasche degli italiani, ma anche per porre in pericolo le tasche presenti e future dei cittadini che pretendeva di governare. E' risaputo ed unanime nel mondo, dire che i governi  di Berlusconi hanno profondamente e negativamente inciso sulla coesione, l'intraprendenza, l'alacrità e altre ottime qualità tipiche degli italiani.


Classi di rating

Standard & Poor's


  • ·         AAA                Elevata capacità di ripagare il debito
  • ·         AA                   Alta capacità di pagare il debito
  • ·         A                     Solida capacità di ripagare il debito, possibili avversità 
  • ·         BBB                Adeguata capacità di rimborso, che però potrebbe peggiorare
  • ·         BB, B              Debito prevalentemente speculativo
  • ·         CCC, CC       Debito altamente speculativo
  • ·         D                     Società insolvente

 

Moody's

  • ·         Aaa                 Livello minimo di rischio
  • ·         Aa                   Debito di alta qualità
  • ·         A                     Debito di buona qualità ma soggetto a rischio futuro
  • ·         Baa                Grado di protezione medio
  • ·         Ba                   Debito con un certo rischio speculativo
  • ·         B                     Debito con bassa probabilità di ripagamento
  • ·         Caa, Ca, C    Società insolvente

 Voce Rating da Wikipedia


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LAVORO
25 maggio 2011
«Internet? Crea 5 nuovi posti ogni 2 cancellati»

Il rapporto McKinsey: nel mondo la rete «vale» 1.600 miliardi di dollari. L’Italia al palo. Solo un quarto della ricchezza «digitale» avvantaggia i player del settore.

Un risultato l’e-G8 parigino lo ha già portato a casa: per la prima volta, grazie a uno studio commissionato a McKinsey che sarà reso pubblico oggi e che il Corriere ha potuto analizzare in anticipo, è stato misurato l’impatto di internet sul Prodotto interno lordo globale.

Considerando gli otto Grandi oltre a Cina, India, Brasile, Svezia e Corea del Sud (pari al 70%circa dell’economia mondiale), internet ha prodotto nel 2009 1.376 miliardi di dollari, pari al 3,4%del Pil dei 13 Paesi. Utilizzando inoltre le stime di penetrazione del digitale anche nel resto del mondo il risultato sale a 1.672 miliardi (2,9%della ricchezza mondiale prodotta nello stesso anno). «La consideriamo un’importante quantificazione di quanto pesi internet guardando insieme ai consumi privati, agli investimenti privati, alla spesa pubblica e alla bilancia commerciale» spiega Guido Frisiani, direttore McKinsey ed esperto di internet e media per il Mediterraneo.

Il risultato più sorprendente è quello della Svezia, un caso scuola che i rappresentanti del settore pubblico e del settore privato italiani dovrebbero andare a studiare da vicino. Il paese scandinavo con il 6,3%del Pil digitale nel 2009, pur non avendo aziende come Google, Apple o Microsoft, ha superato di gran lunga il 3,8%degli Usa. Stoccolma 1, Silicon Valley 0.

L’Italia, di contro, non brilla con un 1,7%. Il gap rimane ampio. Nel G8 solo la Russia fa peggio. La Svezia è importante perché il risultato è stato ottenuto grazie al contributo pubblico. «Il fenomeno svedese — spiega Frisiani — è stato catalizzato dallo Stato ma non in termini di spesa (solo il 10%del 6,3%è stato spinto dalla spesa pubblica, con un peso percentualmente inferiore al 17%sul totale della voce pubblica italiana, ndr). Il governo ha saputo spingere internet portandolo nelle scuole, insegnando l’economia digitale alle aziende con meno di dieci dipendenti, costruendo una broadband capillare.

Anche i servizi di e-government sono stati importanti» , ma il punto è che non si tratta di fare pagare Pantalone. Tra i risultati ottenuti grazie alle 4.800 interviste fatte in Europa, ce ne sono almeno due che sfatano dei miti importanti: è vero che l’economia digitale sta distruggendo posti di lavoro? No: per la prima volta McKinsey è riuscita a misurare l’impatto netto del conflitto in atto tra vecchie e nuove forze dell’industria.

Per ogni posto di lavoro effettivamente perso Internet ne produce 2,5. Cinque posti nuovi per ogni due persi. È il dilemma della Emi: alla crisi della musica tradizionale fa da contraltare la creazione di nuovi posti di lavoro sempre nella musica ma in altre società come la Apple. «Non è un passaggio privo di ripercussioni sociali, ma il saldo netto è positivo» conclude Frisiani. Altro mito da smontare: il web produce ricchezza per i player della Silicon Valley e dell’information technology in generale. Anche qui i numeri sono altri: solo un quarto di questa ricchezza digitale attiene al settore. Mentre i tre quarti riguardano quelli tradizionali. Un dato confermato, da un diverso punto di vista, anche dal fatto che le piccole e medie aziende che hanno creduto nel web hanno raddoppiato la crescita. Micro-investimenti che ripagano gli imprenditori più dinamici, perché internet è soprattutto una questione di mentalità e cultura.

Massimo Sideri - colloquio con Guido Frisiani

 

ECONOMIA
14 maggio 2011
A Tremonti non frega un tubo delle spiagge. Per lui il problema è il Sud ma di crescita non parla.

In un’intervista al direttore del Sole 24 Ore Roberto Napoletano, colui che viene spacciato per il nostro ministro dell’economia, Giulio Tremonti, distintosi ultimamente per le frasi razziste all’insegna del candidato sindaco per Bologna, Virginio Merola, ha dichiarato che a lui, delle spiagge, «non frega un tubo». Ma non si è fermato qui. È «pittoresca» - ha detto - tutta «l'attenzione che è stata data alle spiagge».  Come se la tutela dell’ambiente, delle coste e dei mari italiani appartenenti  alle generazioni passate presenti e future, fosse per lui solo uno stupido passatempo neanche degno del Monopoli, con cui probabilmente deve passarci buona parte dei suoi giorni da razzista in carriera, visto che, come nel famoso gioco, non si parla di piani energetici e di crescita. Già, perché sviluppo, il governo di centrodestra  - ma dov’è il centro? - l’ha coniugato con il solito decreto minestrone.

E infatti la stima preliminare Istat sul Pil italiano nel primo trimestre del 2011 è dello 0,1% sul trimestre precedente.  Si raggiunge l’1% solo dal confronto col dato del primo trimestre 2010. Nemmeno gli attesi rialzi congiunturali sono riusciti a risollevare la picchiata dell’economia nazionale. Numeri insignificanti o, come sottolinea lo stesso Istat, «dati deludenti».

Resta il fatto che Tremonti ci snocciola la solita pappa sul Pil che, come sappiamo, calcola tutti i consumi lordi che, a loro volta, sono ormai un'esclusività delle classi ricche e/o medio-alte. Come contorno il ministro si aggrappa ai logori argomenti dell'economia sommersa e dell'evasione fiscale; dopo aver colpevolmente costruito uno scudo fiscale ad hoc, per uso e consumo di pochi detentori di ingenti patrimoni accumulati ai danni dell'intera economia del Paese. Evita accuratamente di addentrarsi nella questione del debito pubblico che elimina in una battuta da buon politico che non sa cosa dire, cercando scampo nei "debiti pubblici" in Europa.

Ma nella Banca Centrale Europea non succede niente di buono. Josè Paramo, lo spagnolo nel direttivo della BCE, pur consapevole che la ristrutturazione del debito greco potrebbe avere effetti peggiori del crack Lehman, evidentemente, come i suoi colleghi, deve avere il portafogli ben gonfio se conferma di schierarsi contro la riorganizzazione del debito della Grecia e la faccenda viene liquidata – con l’assenso dell’italiano Bini Smaghi - con una semplice formuletta: «Il governo di Atene sta mettendo in pratica riforme, non ha senso quindi discutere su questa ipotesi». E mentre Germania e Francia drogano le loro finanze, l’una con un ritorno ai derivati e l’altra con l'economia di guerra imposta da Sarkozy, il nostro superministro scarica colpe sul mezzogiorno, a suo dire il peggiore dei mali italiani e straparla dei suoi incubi che prendono forma in moscerini schiacciati sui vetri dei treni.

Valter Carraro


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permalink | inviato da xpress il 14/5/2011 alle 23:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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