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blog di Valter Carraro Gasparin
POLITICA
8 ottobre 2011
LA PACE E' DONNA IL NOBEL A TRE AFRICANE

La gente di una certa età (di un´età certa) ricorda senz´altro quella geografia dei continenti attraverso l´età delle donne, che cominciava con l´Africa: “La donna a vent´anni è come l´Africa: semi-inesplorata”. E poi, per esempio: “A 50 anni è come l´Europa: tutta una rovina”. Era una porcheria che passava per lo più inosservata, e lo fa ancora. L´idea che associava l´Africa a giovinezza e femminilità (comprese le espressioni più o meno inavvertitamente coloniali, “il continente vergine”) ha resistito, direi, ma va prendendo un ben altro senso. Così ieri il premio Nobel per la pace è andato a tre donne africane. Solo quindici giorni fa era morta a Nairobi Wangari Maathai, Nobel per la pace 2004, biologa e fondatrice del Green Belt Movement, impegnata soprattutto nella lotta contro la deforestazione. È come se donne, e africane, si passassero il testimone.

Tre donne africane: ce n´è abbastanza per sentire aria di correttezza politica. Vorrei appunto scrivere un elogio del comitato norvegese (cui è riservato il Nobel per la pace) e della correttezza politica. La quale è stucchevole, quando esagera. Succede.

Ma succede più spesso il contrario. Guardate la coincidenza fra il premio e la trovata su “Forza gnocca” – lo so, voleva essere una battuta di spirito, il che peggiora le cose. L´anno scorso il premio fu assegnato a Liu Xiaobo, militante di Tiananmen 1989, dissidente e detenuto, con una condanna a undici anni per sovversione intellettuale. Ci fu una sedia vuota, a Oslo, e Liu è ancora in cella, e sua moglie agli arresti. Fu iper-correttezza politica, anche quella? Ma la Norvegia, coi suoi neanche cinque milioni di abitanti, diventò ipso facto la bestia nera della Cina, che si adoperò a sollevarle contro il boicottaggio dei paesi a lei infeudati, inventò il suo premio Confucio (forse già affondato, proprio ora che aveva un candidato smagliante come Putin), e ancora, come ha appena riferito qui Giampaolo Visetti, si premura di tenere al bando il salmone norvegese.

Viva la correttezza politica, dunque, quando non è una maniera. Anche Ellen Johnson-Sirleaf, presidente della Liberia e prima presidente donna in Africa, ha conosciuto condanna, prigione - per due volte - ed esilio. Ha quattro figli e sei nipoti. La sua connazionale Leymah Gbowee ha 39 anni e sei figli, è avvocato e militante dei diritti civili, si è battuta contro le violenze alle donne e per il riscatto dei bambini soldati. In lei soprattutto, è evidente come delle donne abbiano segnato peculiarmente la lotta contro un´atroce guerra civile, per l´unità fra etnie e religioni diverse (lei è cristiana protestante) e la scelta della nonviolenza. Come recita il titolo della sua autobiografia, “la sorellanza, la preghiera e il sesso hanno cambiato una nazione in guerra”. Nel 2002 Gbowee sollevò l´attenzione internazionale promuovendo, con le sue “donne in bianco”, uno sciopero del sesso – come nella Lisistrata di Aristofane – finché fosse durata la “seconda” guerra civile (1999-2003), costata, a quel paese di nemmeno quattro milioni di abitanti, più di 200mila vittime. Si fece appello a tutte le mogli, comprese quelle del dittatore e dei suoi cortigiani, e alle prostitute, per le quali lo sciopero aveva un costo peculiare. Fu soprattutto una campagna simbolica, ma ebbe un´efficacia nella rivendicazione di negoziati di pace. Ci furono, soprattutto in Occidente, obiezioni: lo sciopero delle mogli era un modo di confermare la divisione dei ruoli fra gli uomini, incaricati del potere e della guerra, e le donne, titolari della camera da letto; e rischiava di far passare il sesso come un piacere esclusivamente maschile. La risposta delle attiviste liberiane fu che gli uomini hanno una fissazione peculiare per il sesso e per la guerra, e le donne sono più inclini alla pace e alla maternità: difficile da negare, nemmeno qui e oggi.

La yemenita Tawakul Karman, giornalista, vicina ai Fratelli musulmani, ha tre figli. Ha anche lei conosciuto la galera nel corso della ribellione popolare della Piazza del Cambiamento di Sanaa. La ribellione ha ricevuto un´attenzione minore rispetto ad altre della primavera araba, che già volge all´autunno, per l´immagine di confusione “tribale” associata al suo paese. Si è osservato che ha la stessa età, 32 anni, della dittatura di Saleh, dettaglio illuminante che vale per l´insieme di quelle intrepide ribellioni: poteri divenuti lunghissimi e dinastici, e giovani che appartengono a un altro mondo, e lo rivendicano. Il 44 per cento della popolazione liberiana e il 43 per cento della yemenita hanno meno di 14 anni!

Che la decisione norvegese risponda a un´intenzione politica è indubbio. Si sono scelte l´Africa, le donne, la primavera araba, il credito accordato a un Islam nonviolento e rispettoso ruolo femminile. Le critiche possono moltiplicarsi a piacere. In Liberia c´è una campagna presidenziale agli sgoccioli, e Sirleaf è in lizza per la rielezione. Le si addebita inoltre un passato prominente in istituzioni internazionali come la Banca Mondiale. Argomento dubbio, se non altro perché è dubbio che il mondo trovi una via di scampo, o almeno riduca i danni, senza che qualunque militanza civile e dal basso si proponga di arginare la prepotenza delle istituzioni internazionali e condizionarne la potenza. Quanto alla primavera araba, il comitato ha scommesso sul suo futuro, e ha puntato sulla ruota più azzardata, la piazza insanguinata di Sanaa. Tutto considerato, sono state premiate tre donne, e africane. Donne africane sono diventate protagoniste della lotta universale contro le mutilazioni genitali. Si può congratularsi con la correttezza politica. «Sono contenta per mille motivi, ed essenzialmente tre», ha detto Emma Bonino. Non è poco.

Adriano Sofri


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DIARI
8 marzo 2011
8 MARZO, GIORNATA INTERNAZIONALE DELLE DONNE

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LAVORO
8 marzo 2009
8 marzo. Donne senza motivo per festeggiare.

Solo lo spirito femminile è riuscito a tramutare in festa una tragedia sul lavoro ma si va perdendo la consapevolezza delle origini dell'8 Marzo che risalgono al 1908, quando le operaie dell'industria tessile Cotton di New York, scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero si protrasse per alcuni giorni, ma l'8 marzo il proprietario Mr. Johnson, bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire.
Scoppiò un incendio e le 129 operaie prigioniere all'interno morirono arse dalle fiamme.

Tra loro vi erano molte immigrate, tra cui anche delle italiane, donne che cercavano di affrancarsi dalla miseria con il lavoro.  

In ricordo di questa tragedia, Rosa Luxemburg propose questa data come una giornata di lotta internazionale, a favore delle donne.

Non una festa, dunque, ma un giorno per riflettere sulla condizione femminile e per organizzare lotte per migliorare le condizioni di vita della donna: in questo modo la data dell'8 marzo assunse col tempo un'importanza mondiale, diventando il simbolo delle vessazioni che la donna ha dovuto subire nel corso dei secoli e il punto di partenza per il proprio riscatto.  

Nel corso degli anni si è però perduto il vero significato di questa ricorrenza, e, mentre la maggioranza delle donne occidentali, approfitta di questa giornata per uscire da sola con le amiche per concedersi una serata diversa, magari all'insegna della "trasgressione", i commercianti ne approfittano per sfruttarne le potenzialità commerciali.
Così molte donne che rifiutano l'immagine della donna proposta dalla società odierna, da anni hanno smesso di riconoscersi in questa giornata. Ma le condizioni che ne fecero una giornata di lotta, non sono state rimosse e ancora la donna è troppo spesso ultima tra gli ultimi.

Credo che sia necessario riappropriarsi di questa giornata, di farla ridiventare un momento di riflessione e di confronto, non per superate lotte tra sessi, ma per rinnovare le alleanze tra tutti coloro che rifiutano la sopraffazione e la violenza e credono nella pace e nella solidarietà umana

Questa, raccontata da Elvi, è l’origine della “festa della donna dell’8 marzo”. Di questi tempi, anche a voler dimenticare questo episodio, troppe donne sanno bene che non c’è nessun motivo per festeggiare. Nel mondo occidentale la crisi economica ha riportato prepotentemente in primo piano le condizioni discriminatorie cui sono costrette le donne. Non solo nel lavoro ma nell’intero ambito sociale. Le aggressioni, le violenze, gli stupri perpetrati ad opera di trogloditi – siano italiani o immigrati poco cambia - la realtà è sempre la stessa.

E senza entrare nel dibattito sull’aumento dell’età pensionabile per le donne, richiesta dall’Unione Europea, non si dimentichi che per avere una pensione serve, come prima cosa, avere un lavoro. E invece donne bellissime e straordinarie che si prodigano tra figli e magri bilanci, per lavorare, o sono costrette a subire ricatti e lavori indegni della persona umana, o non possono nemmeno sapere cosa vuol dire lavoro. Figuriamoci la pensione.

Ciò vale anche per gli uomini. Il precariato, nato con la bella parola di flessibilità, in Italia non ha mai permesso dignità e speranza nel futuro, neanche a costo di enormi sacrifici.


"Moriamo nel reparto oppure stiamo senza lavoro. Le cose stanno così”, dicono le operaie di Euroshoes, fabbrica di scarpe, ora in Bulgaria, dopo la delocalizzazione.

“La gente sopra i 35 anni di età non la vuole nessuno". Le operaie di Euroshoes si guardano attorno per paura di essere viste parlare con i giornalisti dai capi.

Ma non serve andare in Bulgaria. La mia migliore amica, 51 anni di bellezza e vitalità nonostante una vita di lavoro e due figli, ora vive in un’isola del sud Italia, riparando biciclette e portando sdrai in spiaggia durante l’estate. Coi soldi di tre mesi deve vivere tutto l’anno. Il marito, 54 anni, dopo essere stato funzionario di una grande industria conserviera, è stato licenziato tre anni fa. Fabbrica chiusa. Tutti a casa. Nessuno ha visto soldi. Ogni notte si alza alle tre per andare a fare l’ambulante, vendendo al banco i libri comperati in una vita di lavoro. La donna con cui vivo non è a casa. E’ andata a trovare il figlio 30enne che lavora all’estero, e a tornare in Italia non ci pensa. Lei, il suo 8 marzo, lo festeggia così. Riuscendo a rivedere il figlio dopo mesi. Poi, al ritorno in Italia, dovrebbe ridiscutere con chi le ha già preannunciato che, per il suo lavoro con i disabili, avrà meno della metà dei soldi del 2008. Dopo 27 anni di lavoro per la cultura e il sostegno alla disabilità, quest’anno dovrà farcela con 7.000 euro. Le ho detto di considerare di restare all’estero col figlio che con una donna di 28 anni, sta cercando di costruirsi un futuro. All’estero.


Omaggio ad una giovane donna che scrisse grandi poesie

 

Il lettore prudente e abitudinario indietreggi pure di fronte a questa poetessa, perché i versi di Sylvia Plath “giocano alla roulette russa con sei pallottole nella pistola”. Robert Lowell  


sylvia plath

                                               IO SONO VERTICALE


                                          Ma preferirei essere orizzontale.

                                          Non sono un albero con radici nel suolo

                                          succhianti minerali e amore materno

                                          così da poter brillare di foglie ad ogni marzo,

                                          né sono la beltà di un’aiuola

                                          ultradipinta che susciti gridi di meraviglia,

                                          senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali

                                          Confronto a me, un albero è immortale

                                          e la cima d’un fiore, non alta, ma più clamorosa:

                                          dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.



                                          Ci passo in mezzo, ma nessuno di loro ne fa caso.

                                          A volte io penso che mentre dormo

                                          forse assomiglio a loro nel modo più perfetto –

                                          con i miei pensieri andati in nebbia.

                                          Stare sdraiata è per me più naturale.

                                          Allora il cielo e io siamo in aperto colloquio,

                                          e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:

                                          finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno

                                                tempo per me.

 


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permalink | inviato da xpress il 8/3/2009 alle 18:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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