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blog di Valter Carraro Gasparin
POLITICA
28 maggio 2011
STIPENDI E VITALIZI ASSURDI AI PARLAMENTARI. E' GIUSTO CONTINUARE A SUBIRE IN SILENZIO ?

Il giorno 21 settembre 2010 il Deputato Antonio Borghesi dell’Italia dei Valori ha proposto l’abolizione del vitalizio che spetta ai parlamentari dopo solo 5 anni di legislatura in quanto affermava cha tale trattamento risultava iniquo rispetto a quello previsto dai lavoratori che devono versare 40 anni di contributi per avere diritto ad una pensione.

                                              Ecco come è andata a finire:

                                                    Presenti                     525
                                                     Votanti                      520
                                                    Astenuti                         5
                                                    Maggioranza            261

                                                     Hanno votato sì       22
                                                     Hanno votato no   498

Ecco un estratto del discorso presentato alla Camera:

«Penso che nessun cittadino e nessun lavoratore al di fuori di qui possa accettare l’idea che gli si chieda, per poter percepire un vitalizio o una pensione, di versare contributi per quarant’anni, quando qui dentro sono sufficienti cinque anni per percepire un vitalizio. È una distanza tra il Paese reale e questa istituzione che deve essere ridotta ed evitata. Non sarà mai accettabile per nessuno che vi siano persone che hanno fatto il parlamentare per un giorno – ce ne sono tre– e percepiscono più di 3.000 euro al mese di vitalizio. Non si potrà mai accettare che ci siano altre persone rimaste qui per 68 giorni, dimessisi per incompatibilità, che percepiscono un assegno vitalizio di più di 3.000 euro al mese.C’è la vedova di un parlamentare che non ha mai messo piede materialmente in Parlamento, eppure percepisce un assegno di reversibilità. Credo che questo sia un tema al quale bisogna porre rimedio e la nostra proposta, che stava in quel progetto di legge e che sta in questo ordine del giorno, è che si provveda alla soppressione degli assegni vitalizi, sia per i deputati in carica che per quelli cessati…»

I costi della politica stanno diventando sempre più “provocatòri” nei confronti dei comuni cittadini, alle prese con una crisi economica senza fine. Serve forse una sollevazione popolare per porre fine ad un sopruso istituzionale senza precedenti?

Nazzareno Perotti

Riviera oggi


Si può dire che l'Idv si sia fatta uno spot molto efficace e per niente costoso? In fondo i 22 contro il vitalizio erano tutti IdV. Ammettiamo, ma non diamolo per assolutamente scontato, che quel gruppo avesse comunque deciso il voto. Ma allora, questi dell'IdV sono delle persone veramente dedite all'etica nella politica! Ma com'è che al loro voto non si è unito nessuno? In Parlamento...è un fatto più unico che raro!!! Sta di fatto che l'IdV, operazione politica o no, ha fatto ripassare un messaggio che non viene più accolto da nessuno. Non c'è più un solo parlamentare (neanche a ri-pagarlo) che pensi a farsi il suo mandato o due, per poi ritornare alla propria professione. Cos'è, tutti sono veramente convinti di servire così bene il Popolo Sovrano e di essere indispensabili? Oppure,... non si pongono neanche il problema, l'importante è beccare i soldi. Si salvi chi può??? Ma anche se fosse così (perchè questo viene da pensare agli italiani), com'è che al posto di 945 tra deputati (630) e senatori (315), più 7 senatori a vita, negli Stati Uniti d'America - che ha più di 300 milioni di abitanti - se la cavano con 535 deputati e 100 senatori ???

Stati  Uniti -  Rapporto fra deputati e cittadini = 1:703.050

Italia        -    Rapporto fra deputati e cittadini = 1: 95.325

U. S. A. La più grande democrazia del mondo, ha meno parlamentari della nostra.

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Pensierino...Forse è per questo che Scilipoti lasciò l'IdV per il Pdl. Decise di non aspettare ed andò dall'unico che poteva dirgli sì, subito. Il capo pretese: Io e solo Io voglio restare al Potere. Scilipoti si sdebitò alla seconda chiamata. Cesario e Calearo lo rincorsero penosamente. Altro che fine Legislatura! Fine Democrazia!


ECONOMIA
14 maggio 2011
A Tremonti non frega un tubo delle spiagge. Per lui il problema è il Sud ma di crescita non parla.

In un’intervista al direttore del Sole 24 Ore Roberto Napoletano, colui che viene spacciato per il nostro ministro dell’economia, Giulio Tremonti, distintosi ultimamente per le frasi razziste all’insegna del candidato sindaco per Bologna, Virginio Merola, ha dichiarato che a lui, delle spiagge, «non frega un tubo». Ma non si è fermato qui. È «pittoresca» - ha detto - tutta «l'attenzione che è stata data alle spiagge».  Come se la tutela dell’ambiente, delle coste e dei mari italiani appartenenti  alle generazioni passate presenti e future, fosse per lui solo uno stupido passatempo neanche degno del Monopoli, con cui probabilmente deve passarci buona parte dei suoi giorni da razzista in carriera, visto che, come nel famoso gioco, non si parla di piani energetici e di crescita. Già, perché sviluppo, il governo di centrodestra  - ma dov’è il centro? - l’ha coniugato con il solito decreto minestrone.

E infatti la stima preliminare Istat sul Pil italiano nel primo trimestre del 2011 è dello 0,1% sul trimestre precedente.  Si raggiunge l’1% solo dal confronto col dato del primo trimestre 2010. Nemmeno gli attesi rialzi congiunturali sono riusciti a risollevare la picchiata dell’economia nazionale. Numeri insignificanti o, come sottolinea lo stesso Istat, «dati deludenti».

Resta il fatto che Tremonti ci snocciola la solita pappa sul Pil che, come sappiamo, calcola tutti i consumi lordi che, a loro volta, sono ormai un'esclusività delle classi ricche e/o medio-alte. Come contorno il ministro si aggrappa ai logori argomenti dell'economia sommersa e dell'evasione fiscale; dopo aver colpevolmente costruito uno scudo fiscale ad hoc, per uso e consumo di pochi detentori di ingenti patrimoni accumulati ai danni dell'intera economia del Paese. Evita accuratamente di addentrarsi nella questione del debito pubblico che elimina in una battuta da buon politico che non sa cosa dire, cercando scampo nei "debiti pubblici" in Europa.

Ma nella Banca Centrale Europea non succede niente di buono. Josè Paramo, lo spagnolo nel direttivo della BCE, pur consapevole che la ristrutturazione del debito greco potrebbe avere effetti peggiori del crack Lehman, evidentemente, come i suoi colleghi, deve avere il portafogli ben gonfio se conferma di schierarsi contro la riorganizzazione del debito della Grecia e la faccenda viene liquidata – con l’assenso dell’italiano Bini Smaghi - con una semplice formuletta: «Il governo di Atene sta mettendo in pratica riforme, non ha senso quindi discutere su questa ipotesi». E mentre Germania e Francia drogano le loro finanze, l’una con un ritorno ai derivati e l’altra con l'economia di guerra imposta da Sarkozy, il nostro superministro scarica colpe sul mezzogiorno, a suo dire il peggiore dei mali italiani e straparla dei suoi incubi che prendono forma in moscerini schiacciati sui vetri dei treni.

Valter Carraro


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POLITICA
3 gennaio 2011
«Se un senatore dice cose da sinistra»
Finalmente. Un senatore ha tenuto un discorso in aula dicendo cose di sinistra.
Ha descritto in modo severo la situazione in cui versa il paese, ma sono stati tali e tanti i temi affrontati che un partito consapevole che la destra sta portando tutti al disastro potrebbe ricavarne un programma completo per le prossime elezioni. In questa prospettiva merita soffermarsi sui punti salienti del suo discorso, disponibile nella trascrizione fatta in Senato.


Ampio spazio viene dato ai problemi dell´occupazione e del reddito. Tempo fa, prima che arrivassero l´economia globale, la robotica e i computers, nota il senatore, una persona poteva lavorare 40 ore alla settimana e guadagnare abbastanza da pagare i conti della famiglia. Oggi per pagare i conti bisogna lavorare almeno in due, e se non si sgobba in due – facendo magari tre o quattro lavori – si rischia di non riuscire a pagare nemmeno il riscaldamento e il carburante per l´auto. Per vari gruppi di età, in specie i giovani e gli over 50, il reddito reale è addirittura più basso che negli anni 70.

C'è una causa precisa per tale peggioramento: in poco più di dieci anni il paese ha perso milioni di posti di lavoro nell´industria manifatturiera. Il lavoro è andato in Cina, Vietnam, India o Messico, dove costa dieci volte meno. La chiamano competitività. E per i lavoratori rimasti, rileva il senatore, si veda quel che succede alla Chrysler. I media hanno enfatizzato la ripresa delle assunzioni da parte dell´azienda. Ma i nuovi assunti sono pagati 14 dollari l´ora invece di 28, per fare lo stesso lavoro dei compagni più anziani. «Se ci rendiamo conto che l´industria dell´auto – si chiede l´oratore – era forse lo standard aureo per la manifattura… che cosa pensiamo succederà in futuro ai salari degli operai?». Storicamente, in questo paese, nota altrove il senatore, i posti di lavoro nel settore manifatturiero erano la spina dorsale della classe lavoratrice. L´emigrazione dell´industria verso altre coste non è solo un mutamento del modo di produrre: è un disastro sociale.

La crisi economica, iniziata ben prima di quella finanziaria, sta mutando in peggio la vita non solo degli operai, ma anche delle classi medie. Molti che vi appartengono sono figli di operai, impiegati, contadini, che grazie al lavoro dei genitori hanno potuto andare alle superiori o all´università. Ora sono in ansia, più ancora che per sé stessi, per i loro figli. E si chiedono se per la prima volta nella storia moderna di questo paese i figli non avranno un livello di vita più basso dei genitori, a cominciare dal livello di istruzione cui riusciranno ad accedere.

Quel che succede, rileva il senatore, rientra in un progetto delle forze politiche di destra. Il loro scopo ultimo – cito ancora dal suo discorso – è l´annullamento radicale di quasi tutti i provvedimenti che sono stati introdotti durante parecchi decenni per proteggere i lavoratori, gli anziani, i bambini. Allo scopo di ridurre il deficit di bilancio, stanno discutendo di una brillante idea: innalzare l´età di pensionamento sin verso i 70 anni. In questo modo chi per decenni si batte con fatica per sopravvivere, facendo un lavoro duro e sopportando molti sacrifici, dovrà lavorare sino al giorno in cui muore.

Ma agli occhi del nostro senatore l'ottusità della destra si vede soprattutto nei tagli effettuati all´istruzione, in tutte le sue forme e livelli, dagli asili alla scuola primaria, dalle superiori all´università. Sempre al fine di ridurre la spesa pubblica. Andare in questa direzione «significa semplicemente tagliarsi il naso per far dispetto alla faccia». Come potremo mai diventare una grande economia, egli chiede, se non avremo gli scienziati, gli ingegneri, gli insegnanti che ci vogliono, mentre molti altri paesi nel mondo hanno una maggior percentuale di giovani diplomati che vanno all´università? Ed è mai possibile che sia così scarsa nel paese una buona educazione per i bambini che tutti possano permettersi? I risultati di questa carenza per il prossimo futuro potrebbero essere disastrosi. I bimbi che non hanno una istruzione intellettualmente stimolante fin dalla scuola primaria dieci anni dopo abbandoneranno gli studi e magari finiranno in carcere.

Il discorso del senatore si estende alle infrastrutture. Dappertutto, egli afferma – e di questi giorni è difficile dargli torto - stanno andando in pezzi. Dovremmo investire in modo significativo per ricostruire ponti, strade, acquedotti, reti per la banda larga, trasporti pubblici, sistema ferroviario, dighe. È vero che sindaci e governatori di regione trovano poco attraente un investimento del genere. Ma se non si provvede oggi, ci costerà molto di più domani.

Ho citato quasi alla lettera vari passi del discorso di questo senatore, limitandomi a semplificarli e riordinarli, poiché si tratta di un intervento molto lungo – la trascrizione è di 124 pagine - e ripetitivo. Resta da precisare che il discorso è stato davvero tenuto al Senato l´11 dicembre scorso.

Purtroppo non era il Senato italiano. Era quello degli Stati Uniti. Dove il senatore Bernie Sanders, che si definisce un «indipendente progressista» e vota per lo più con i democratici, ma non manca di criticarli quando occorre, ha parlato senza interruzione per quasi nove ore. Video e trascrizione sono disponibili sul web. Il suo bersaglio era lo scandaloso compromesso con i repubblicani fatto dal presidente Obama, accettando di estendere per altri due anni riduzioni fiscali che per i contribuenti più ricchi toccano i milioni di dollari a testa, allo scopo di poter mantenere detassazioni da mille dollari l´anno alle classi medie e alla classe operaia.

Due giorni prima il Senato aveva bocciato una proposta dello stesso Sanders che avrebbe concesso a milioni di poveri ed ex combattenti disabili un assegno una tantum di 250 dollari.


Il discorso di Sanders merita attenzione per due motivi. In primo luogo mostra che la situazione economica e politica degli Stati Uniti è molto simile a quella dell´Italia. Sotto questo aspetto dagli Usa non c´è proprio più niente da imparare. Se non una cosa. In quel paese circolano in molti ambienti, strati sociali, centri di ricerca, idee forti, definite, fondate su cifre e argomenti solidi, che laggiù si chiamano liberal o progressiste, ma nel lessico nostro sono idee di sinistra. Tanto che un senatore può esprimerle con la massima chiarezza nella Camera alta, facendosi capire davvero da tutti anche fuori, per nove ore di seguito. Restiamo in attesa che un nostro parlamentare – magari del Pd, chissà – faccia un discorso simile a quello di Bernie Sanders.

di Luciano Gallino - la Repubblica

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ECONOMIA
25 agosto 2010
E' finita la Pepsi, il Gatorade e il Lipton Ice Tea. Ma non per tutti. Solo per i 120 licenziati.

Il ricco nordest sta diventando sempre più ricco di licenziamenti. Oggi i vertici di PepsiCo Italia hanno annunciato - bontà loro - che 120 dipendenti tra fissi e stagionali saranno soggetti ad una "terziarizzazione". In pratica da gennaio si chiude.

Il presidente di Pepsico Italia Massimo Ambrosini, la responsabile delle risorse umane Eleonora Pagani e il responsabile europeo di Pepsico Tim Preston, hanno annunciato ai sindacati provinciali di Treviso, RSU e quant'altro, che Gatorade e The Lipton, da gennaio non avranno più bisogno di 120 dipendenti. 85 con un ormai ex-contratto a tempo indeterminato e 35 stagionali.

I sindacati convocati hanno quindi indetto immediatamente una splendida assemblea per spiegare ai 120 che, contratti belli o brutti, poi dovranno entrare in mobilità, che in parole povere vuol dire che lavori un po' qua e un po' la finchè non finisce il polverone e poi te ne stai a casa senza uno straccio di sussidio. Forse Tremonti fa la social card 2: Il conguaglio. Qualche edizione speciale a tiratura limitata. Qualcosa per il nord est (card verde padano) e, ma deve ancora fare i conti, una cosa extra per il federalismo se Fini non gli vhompe le palle.

A quanto pare la decisione in casa Pepsi Ltd. è stata «grave e sofferta, ma purtroppo necessaria, per non pregiudicare il futuro della presenza di PepsiCo in Italia». E qua che gli dici? Che si riportino la Pepsi a casa? Non se ne parla proprio. Lasciate a casa chi volete ma lasciateci la Pepsi, il Lipton Ice The e guai a chi tocca il Gatorade! Quindi, tutti d'accordo. A parte 120 persone che scompariranno come bollicine. L'operazione, in gergo aziendale assume il nome di "terziarizzazione". Cio è dovuto, spiega la PepsiCo Beverage Italia in una nota - al fatto che la maggior parte del lavoro viene concentrata da febbraio a giugno, lasciando di fatto le linee produttive largamente inutilizzate per buona parte dell'anno e poi?

Ma perchè le linee restano inutilizzate per una parte dell'anno? I grandi manager che proprio di questo dovrebbero occuparsi, non l'hanno spiegato per benino, neanche nelle righe scritte in piccolo. Però si sa che «dall'acquisizione di Gatorade nel 2002, e di conseguenza dello stabilimento di Silea (TV), che l'azienda ha investito decine di milioni di euro per migliorare la sua competitività e sostenibilità. Anche l'inserimento di Lipton Ice Tea nel 2009 aveva l'obiettivo di aumentare la competitività dello stabilimento» e «inoltre l'attuazione di iniziative volte all'ottimizzazione delle risorse idriche e al risparmio energetico, ottenuto grazie al forte impegno dei lavoratori e della direzione, ha contribuito a ridurre i costi di produzione. Bravi. E quindi, cos'è successo? Il Gatorade non fa più le bolle previste? La Pepsi non si vende più? Niente di tutto questo, come si può osservare in qualsiasi supermercato. 

«Il fatto è che, a causa del persistere dell'attuale scenario economico, si è registrato un rallentamento della crescita dei volumi e una conseguente riduzione della produzione». Insomma, si vende o non si vende? Perchè, come sappiamo, continuiamo a vedere Pepsi, Gatorade e Lipton Ice Tea con gran spolvero di pubblicità in Tivvì e sugli scaffali dei centri commerciali che, quando son giusto solo un po' vuoti, vengono subito riempiti con altre confezioni. Insomma, a Massimo Ambrosini, amministratore delegato di Pepsi Italia, gli si stringe il cuore cessare l'attività produttiva perchè: «Non è facile intraprendere azioni che incidono sulla vita dei nostri dipendenti e delle loro famiglie e l'impegno sarà quello di trovare insieme alle organizzazioni sindacali le migliori soluzioni per ridurre il più possibile l'impatto occupazionale e sociale che questa difficile decisione comporta».

Che tradotto vuol dire mandare subito in mobilità 80 persone. E andando a vedere bene cos'è la "terziarizzazione", significa affidare il lavoro ad un fornitore esterno. A terzi, appunto. In altre parole, in sub-sub-appalto. Oh! Mica è servito un annuncio su qualche giornale o tiè, sul sito ufficiale. Alla San Benedetto di Scorzè (VE), sono già pronti. Qualche firmetta, una stretta di mano e una stretta di turni. 

Ma, a pensarci bene, visto che Marchionne sa come fare, bastava chiedergli un consiglio. Lui sa bene come si chiedono gli aiuti di Stato e poi chissenefrega!


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POLITICA
1 maggio 2009
1° maggio. La festa del lavoro non si trasformi nel funerale di Marghera
Il sindaco di Venezia: La festa del lavoro non si trasformi nel funerale di Marghera


Mestre - Un weekend di tempo - quello del 1° maggio - per far sì che la festa del lavoro non si trasformi nel funerale di Marghera. È l’appello che da Venezia il sindaco Massimo Cacciari, il presidente Davide Zoggia e i sindacati dei chimici lanciano a Roma chiedendo, a tempi stretti, una convocazione urgente per interrompere la procedura fallimentare avviata dal presidente di Vinyls Italia
Fiorenzo Sartor dopo un mese di stallo nell’acquisizione del’ex Ineos.
Per Venezia, e per i
lavoratori, valgono gli accordi sottoscritti nel 2006, compresi quelli relativi alle forniture della materia prima agli impianti del cloro-soda che l’Eni, secondo quanto denunciato dallo stesso Sartor, avrebbe rialzato facendo venire meno le condizioni per la ripresa produttiva.
Ma per vedere le carte in tavola è necessario che il Governo (e il ministero dello Sviluppo economico in primo luogo) assuma al più presto l’iniziativa, con il coinvolgimento dell’Eni e di Confindustria.

Resta il fatto che, per evitare il baratro della chimica, all’orizzonte dopo la decisione dei vertici di Vinyls Italia di presentare istanza fallimentare, resta davvero poco tempo. Ne sono consapevoli i lavoratori che, alle tre di notte di ieri, hanno dato vita a un presidio all’ingresso 9 del Petrolchimico, per impedire l’ingresso dei Tir, e alle porte della Raffineria dell’Eni, simbolo del colosso energetico chiamato in causa da Sartor per il mancato decollo di Vinyls Italia. Poche ore dopo, tra Ca’ Farsetti e Treviso (dove nel primo pomeriggio, come si legge a parte, Sartor ha raccontato la sua versione dei fatti) partiva uno scambio di telefonate per sondare le intenzioni del "re" dei ponteggi aerei.

Nel pomeriggio un vertice nel municipio di Mestre con la presenza del sindaco Massimo Cacciari e dell’assessore al Piano strategico Laura Fincato, del presidente della Provincia Davide Zoggia e dell’assessore alle Attività produttive Giuseppe Scaboro dei rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil ha fatto il punto della situazione. «È impossibile - si legge nel documento stilato al termine dell’incontro - che accordi sottoscritti da tutti (Regione, Provincia, Comune, ministeri competenti, organizzazioni sindacali, Confindustria, aziende) dal 1998 al 2006, la cui validità sempre da tutti è stata riconosciuta e ribadita in tutte le sedi, vengano disattesi per qualche superabilissima ragione di ordine meramente commerciale.

 
 Il Gazzettino - Venezia


«Qualcuno vuole affossare Marghera»

«Non è scritto nel libro del destino che il ciclo del cloro, opportunamente riconvertito, debba chiudere. Se questo sta accadendo, è perché c’è una precisa scelta di dismissione. La crisi di tantissime fabbriche di questa città porta un nome e un cognome preciso». Va giù durissimo il sindaco Massimo Cacciari parlando del futuro di Porto Marghera, dal palco del primo maggio, a metà pomeriggio.
«La crisi è globale e profonda, però è necessario distinguere tra chi di fronte ad essa fa il suo dovere e chi la sfrutta. Bisogna fare un discorso di verità. In certi casi siamo di fronte a responsabilità chiare. Per esempio la Sirma è stata una speculazione mentre la Montefibre avrebbe avuto un altro futuro se soltanto una politica industriale seria ne avesse affrontato la situazione. Così, non è scritto nel libro del destino che il ciclo del cloro debba chiudere. Questo non è un esito naturale, come nel caso di una casa che crolla a seguito del terremoto. Niente affatto, è una scelta politica ed è giusto dirlo»

«Da anni le istituzioni e i sindacati, lavorando assieme – prosegue – indicano strade di riconversione possibile, rispetto a cui, però, emergono in continuazione ostacoli. Ostacoli che vengono fuori adesso e che però venivano fuori sistematicamente anche prima della crisi che stiamo attraversando. L’amministrazione da anni sta lottando contro la precisa scelta di dismissione e già ancora da prima di questa difficile fase».

Cacciari attacca: «Non mi pare intellettualmente onesto che qualcuno pianga per la chimica mentre prima promuoveva i referendum per affossarla. Mi riferisco anche ad alcune forze politiche di sinistra che si sono comportate esattamente in questo modo. Non è ammissibile giocare con la crisi, ma bisogna essere responsabili fino in fondo».

«Il ciclo del cloro opportunamente riconvertito è strategico per la città e non solo e chi condivide questa considerazione è chiamato a comportarsi coerentemente. Il ministro Claudio Scajola convochi un tavolo nazionale su Porto Marghera e si faccia il possibile per ritirare l’istanza di fallimento presentata dall’imprenditore Fiorenzo Sartor. Lo stesso impegno però lo chiediamo a Unidustria, che dovrebbe muoversi ad affrontare questa crisi frutto di politiche sbagliate e della precisa volontà di dismissione di chi ha sfruttato l’area, ma adesso se ne vuole andare senza pagare dazio».



Troppi sprechi e ritardi. A Mestre il nuovo ospedale è sotto accusa. 

«Fuga nelle altre strutture sanitarie per evitare lunghe liste d’attesa»

L'ospedale Dell'Angelo, il nuovissimo ospedale che deve servire la terraferma veneziana, così come è gestito non va, sono necessarie delle «correzioni profonde che non possono essere credibilmente realizzate dalla direzione generale attuale». Parte dal «coordinamento per i cittadini per la difesa della sanità pubblica nell'Asl 12» un attacco alla azienda sanitaria veneziana e ad al direttore Antonio Padoan.
Parte con un documento di quattro cartelle presentato ieri a Mestre, che evidenzia una serie di motivi per cui il nuovo ospedale costa molto senza rispondere alle esigenze di più di 300.000 persone.
Con il risultato che le strutture sanitarie private hanno visto aumentare le prestazioni offerte visti i problemi del pubblico. Un attacco in grande stile, su tutta la linea. Con un obiettivo ben preciso: risvegliare le istituzioni e dibattere dell'intera questione in una riunione pubblica.

 Il documento. Per capire il tono delle quattro cartelle, scritte fitte fitte, basta riportare integralmente alcune righe presenti nella parte finale. «L'ospedale Dell'Angelo non soddisfa le necessità di cura della sua popolazione di riferimento. L'Asl è senza soldi, nonostante ne riceva più di tutte le altre. Mancano i servizi territoriali che dovrebbero esserci. Le strutture di cura private implementano i loro fatturati erogando prestazioni che le strutture pubbliche, pur disponendo delle dotazioni, non riescono a erogare».
 Affondo non da poco quello portato dai cittadini, tra i quali erano presenti Valter Vanni - già presidente dell'azienda per i trasporti pubblici a Venezia e Marisa Gruarin, vice presidente della Municipalità di Mestre. Attacco nei confronti di Padoan, che pochi citano apertamente, ma che è al centro della polemica, specie quando Vanni sottolinea che il «direttore generale ha la responsabilità della gestione ma non è il padrone assoluto della sanità». E allora via con cifre che raccontano dei costi Dell'Angelo, della fuga dei cittadini verso le strutture sanitarie e verso altre aziende ospedaliere. Tanto per chiarire la situazione, si evidenzia che il nuovo laboratorio analisi, «nonostante le fortissime capacità potenziali» fa lo stesso numero di prestazioni del vecchio Umberto I ma «a costi unitari molto più alti». E' c' è un dato: l'andamento delle «radiodiagnostiche» effettuate fuori dall'Angelo è superiore del 50 per cento rispetto a quando era in funzione il vecchio ospedale.

 Le risorse. Le critiche, poi, toccano altri due versanti, quello organizzativo e quello economico. Il primo punto riguarda l'area «omogenea di ricovero», il secondo quello dei costi. A fronte del più alto finanziamento regionale (1.784 pro capite per ciascuno dei 304.258 cittadini del territorio di competenza della Asl 12, ovvero i Comuni di Venezia, Marcon, Quarto d'Altino e Cavallino Treporti) l'azienda nel 2008 ha chiuso con un disavanzo pari a 46,292 milioni di euro, il secondo a livello regionale. Piccolo inciso: a Belluno vanno 1.777 euro pro capite, ma va ricordato che nella Asl 12 sono solo 100.000 gli utenti residenti in sede disagiata. E poi c'è il problema della quota parte dei soldi destinati alle attività territoriali extraospedaliere, che assorbono «solo il 30-35 per cento» delle risorse a disposizione dell'Asl 12, mentre la legge prevede una percentuale del 48 per cento.
Per chiudere due perle sui costi di manutenzione: 30 mila euro è il costo di ogni sfalcio d'erba, mentre per pulire le vetrate è necessario chiamare gli uomini ragno da Marsiglia. Senza contare il costo del parcheggio (un euro all'ora) che ha già scatenato un vespaio di polemiche.

La Nuova di Venezia e Mestre
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